L’Argentina “nega” i suoi poveri, questione elettorale?

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poveriMaribé Ruscica

In Argentina nascono 321 bimbi al giorno da mamme con meno di 20 anni, secondo una statistica ufficiale diffusa questa settimana dal quotidiano Clarin. Questi neonati (oltre 117mila all’anno) rappresentano il 15% del totale di 754.603 nati nell’intero Paese. Inoltre, 3.261 neonati sono figli di bambine e adolescenti tra i 10 e i 14 anni, rimaste incinte – nell’80% dei casi – in seguito a violenze subite all’interno della propria famiglia. Tra le cause di questo fenomeno, secondo gli esperti della Casa Fusa intervistati dal giornale, la combinazione tra vari fattori: la povertà, le disuguaglianze di genere, la violenza e la mancanza di educazione. Per Enrique Berner, a capo del servizio “Adolescenti” dell’Ospedale Argerich di Buenos Aires, che punta il dito sulla mancanza di adeguate politiche di prevenzione, “la povertà appare come una delle cause più evidenti”.

Valori contrastanti. In Argentina, però, non sono molti a voler partire dei dati statistici sulla povertà per giungere a una diagnosi sociale. Meno che mai durante un anno in cui sono previste le elezioni. È dal secondo semestre del 2013 che nel Paese latinoamericano non ci sono più dati ufficiali su povertà e indigenza, cioè da quasi due anni. L’Istituto nazionale di statistiche e censimenti (Indec) ha deciso di non diffondere più tali statistiche perché la povertà sarebbe “confinata” al 4,7% della popolazione: questo numero è basato su un “paniere minimo” di 6,56 dollari a testa al giorno, valore infinitamente basso che rivela una differenza del 300% rispetto al “paniere minimo” stimato dalla Confederazione generale del lavoro (Cgt), dalla Cta, dalle Università e dalle diverse organizzazioni sociali. Secondo l’Osservatorio del debito sociale della Pontificia Università Cattolica argentina, la povertà già due anni fa colpiva il 27,5% della popolazione, cioè quasi 11 milioni di argentini. Alla fine del 2014, la Cgt parlava di 12 milioni di poveri, cioè del 28,9% della popolazione.

Nessun dato certo. Negli ultimi giorni, il ministro dell’Economia argentino, Axel Kicillof, ha dovuto ammettere a Radio Metro di non sapere quale sia “il numero dei poveri”. “Quanti poveri ci siano – ha affermato – è una domanda abbastanza complicata. Io non conosco il numero di poveri e mi sembra che misurare i poveri sia abbastanza ‘stigmatizzante’”, ha concluso. Agustin Salvia, dell’Osservatorio del debito sociale della Università Cattolica, ha dichiarato che “misurare la povertà non significa stigmatizzare, ma rivelare il grado di privazione economica di cui soffre una porzione importante della società. E tale misura deve servire perché tutti gli interessati e l’intera società reclamino i propri diritti”. Claudio Lozano, deputato di “Camino Popular” e candidato a sindaco della città di Buenos Aires nelle elezioni di quest’anno, ha evidenziato: “Non si fa nessun male a calcolare il numero dei poveri, ciò che è denigrante, invece, è produrli”. L’attuale direttore dell’Indec, Norberto Itzcovich, si è scusato così: “Non è facile definire cos’è la povertà o stabilire quando una persona o una famiglia è o non è povera”. “Ci sono seimila possibilità secondo il ‘Banco interamericano di sviluppo’ per ottenere indici di povertà”, ha quindi aggiunto.

Nascondere la realtà. Il punto è che in Argentina una modalità per misurare la povertà esisteva e riguardava – dal 1993 – le entrate necessarie per acquistare un “paniere minimo” di beni e servizi. Il valore di quel paniere s’è allontanato dalla realtà quando ha cominciato a calcolare con prezzi che non corrispondevano alla realtà. E, purtroppo, si parla ancora di prezzi manipolati… È strano che in un Paese dove è stato lo stesso presidente Juan Domingo Perón, nel lontano 1948, a utilizzare la famosa battuta “L’unica verità è la realtà”, i numeri della povertà vera siano giudicati “uno stigma”.

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