A tu per tu con Gianna Fazzini del centro “Le Ali”: “Il problema della droga non è mai scomparso nè diminuito”

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Di Sara De Simplicio

SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – Il nostro territorio è solcato da micro-realtà che, pur rimanendo nell’ombra, discrete e silenziose, sono molto operose e indispensabili per l’apporto e il sostegno che offrono a chi si è smarrito e ha bisogno di un aiuto, sia fisico che morale. E’ doveroso dar voce anche a queste realtà e a chi ne fa parte: abbiamo incontrato Gianna Fazzini, direttrice del Centro di disassuefazione “Le Ali” , che si occupa del recupero di giovani in difficoltà a causa di dipendenze,  per farci raccontare come e quando questo servizio è iniziato e come poi, nel tempo, si è trasformato.

Ci racconti un po’ la storia di questo centro di solidarietà.
Il centro è nato nel 1993 come associazione di volontariato da un’idea di una suora concezionista che era stata trasferita qui da Roma, suor Lea, e che a suo tempo, coinvolgendo il Parroco di Sant’Egidio, Don Tommaso, e alcune insegnanti della scuola media (Giuliana D’Egidio e Aurelia Amatucci), prese contatti con il CEIS di Pescara.
Lo stimolo arrivò, in realtà, per aiutare un ragazzo che si trovava qui “in confino”, era stato cioè allontanato dal suo paese di origine perché aveva commesso reati di droga: l’obiettivo era aiutarlo a chiudere con quel mondo e, così, ci si adoperò per stargli vicino. La droga era, però, un problema non solo per questo ragazzo ma per tutta Sant’Egidio alla Vibrata: con la finalità della “prevenzione” del disagio, dunque, furono coinvolte le scuole, con laboratori, incontri e i primi contatti con la comunità. I problemi maggiori arrivavano però da situazioni familiari già difficili e per questo i volontari, a turno, si adoperavano per garantire un periodo di astinenza e tenere sotto controllo chi volesse poi entrare in comunità, vegliando quindi su di loro e accompagnandoli anche ai colloqui di accesso. Purtroppo, però, il numero dei genitori con figli tossicodipendenti che si rivolgevano a noi per chiedere aiuto cresceva e dovendo garantire un servizio h24, 365 giorni l’anno, l’associazione si è allora trasformata in una cooperativa: oggi offriamo un servizio convenzionato e riconosciuto dalla Asl e, tra direttivo e volontari, siamo in totale quindici persone.

In cosa consiste oggi il vostro servizio? E la struttura quante persone può ospitare?
La nostra è una struttura a bassa soglia, accoglie cioè persone in trattamento , direttamente dalla strada. Per accedervi non è necessario che le persone abbiano già smesso di assumere droga perché questo lavoro lo facciamo noi con loro: qui dentro li aiutiamo a disintossicarsi in modo graduale, fornendo anche un supporto medico. Il centro si avvale infatti della fondamentale collaborazione di figure professionali come psicologi, un’assistente sociale, uno psichiatra del Centro di Salute Mentale (il Dott. Di Sante), il medico del Sert e la Dott.ssa Giobbi e il Dott. Galiffa. Offriamo, quindi, un servizio specialistico, fisso e non saltuario, in una struttura di proprietà della parrocchia di Faraone che prevede 8 posti e che dal 2004 ha ospitato circa 500 persone in totale, con una media di 50 ogni anno. Qui dentro, però, non fanno tutto il percorso di recupero ma solo le prime fasi di disintossicazione, osservazione e diagnosi. Cerchiamo, infatti, anche di inquadrare la personalità delle persone che ospitiamo per dare un’indicazione affinché  facciano poi in comunità il percorso più adatto. Accogliamo ragazzi provenienti soprattutto da Abruzzo e Marche: ora ospitiamo 5 uomini e 3 donne compresi nella fascia di età che va dai 22 ai 42 anni.

Qual è la loro giornata tipo? Quali sono solitamente i tempi di recupero?
Siamo una struttura a protezione totale, quindi non permettiamo a nessuno di uscire da solo e non prevediamo delle verifiche: se escono lo fanno per andare al Sert per la terapia o per un controllo e sono sempre e comunque accompagnati. L’unica attività alla quale devono dedicarsi nel centro è reimparare a prendersi cura di sé: rifare il letto, mettere in ordine le proprie cose, cucinare, organizzare i turni di pulizia ecc.. Qui la sveglia è alle 9, un orario abbastanza comodo e forse insolito per un centro di questo tipo: abbiamo però pensato che potesse essere un modo per aiutarli gradualmente a riabituarsi e a riprendere il giusto ritmo biologico. Spesso, infatti, per loro non è facile inserirsi in un contesto fatto di regole e criteri perché molti arrivano dalla strada, per cui sono abituati a mangiare quando hanno fame e dormire quando hanno sonno. Riportare sì l’ordine nelle loro vite ma progressivamente e a piccoli passi. Inoltre, essendo persone in terapia, si devono pian piano ambientare e solo una volta raggiunto un certo equilibrio si incomincia a “scalare” e avvicinarli alla fase dell’astinenza. Questa è, indubbiamente, la fase più difficile per tutti dato che l’astinenza li butta giù fisicamente ma li rende più irrequieti e agitati, più reattivi a livello emotivo. Quando, invece, cominciano a stare bene si passa alla fase successiva e i tempi di disintossicazione vanno  solitamente dai 2 ai 4 mesi.

Ci sono delle iniziative in programma?
Da sempre, ogni anno, sotto le feste i ragazzi preparano dei lavori fatti a mano da vendere poi nelle piazze: alcuni mostrano un vero e proprio talento nella creatività, che avevano dimenticato o che, spesso, non sapevano neanche di possedere. Nelle giornate del 15 e 29 aprile sono, invece, previsti degli incontri a Roseto, in collaborazione con un’altra associazione, presieduti da Don Marco Pagniello di Pescara, il responsabile della Caritas di Abruzzo e Molise mentre ad ottobre ad attenderci lì ci sarà Don Luigi Ciotti per un incontro sul tema delle nuove dipendenze e sul senso del volontariato. Il 17 aprile prossimo, invece, è previstala “Cena della Solidarietà” all’Hotel Concorde di Paolantonio e giunta ormai alla 5° edizione, promossa per far conoscere la nostra realtà e per raccogliere fondi importanti per sostenerci. Il nostro servizio va avanti con successo, infatti, grazie anche ad una fitta rete di aiuti con diverse attività del settore alimentare, per le agevolazioni e gli sconti sui prezzi, e per la grande sinergia con le Caritas e la Mensa dei Poveri dell’Aquila con le quali cerchiamo di aiutarci reciprocamente al fine di ottimizzare il tutto senza lasciare che nulla vada sprecato. C’è, infine, un progetto di più grande portata che coinvolge anche le scuole della zona: la proposta è portare al loro interno dei centri di ascolto con dei volontari presenti un giorno a settimana, facendo da intermediari tra gli psicologi e gli studenti al fine di capire e cogliere in tempo eventuali disagi e disturbi.

Oggi com’è la situazione “droga” nella zona?
A Sant’Egidio alla Vibrata, purtroppo, il problema della droga non è mai scomparso nè diminuito, anzi nel tempo si è solo modificato, assumendo spesso tratti peggiori rispetto al passato.
Vent’anni fa, infatti, un tossicodipendente si riconosceva per strada, oggi invece gli effetti della droga sono forse meno visibili all’esterno ma i danni che può provocare sono maggiori, anche cerebrali e psicologici.
Le dipendenze più forti prima erano quelle da eroina, mentre oggi si sono aggiunte anche cocaina e alcol, un po’ di tutto insomma. Oggi la droga è più pericolosa perché costa di meno e viene modificata in molti passaggi, tagliata con sostanze chimiche e farmaci, facendo quasi del tutto scomparire il principio attivo.

Lei ne ha visti molti di giovani passare per questo centro: ha riconosciuto qualche disagio di fondo che accomuna chi rimane “incastrato” nel “pianeta droga”? Che consiglio si sente di dare ai genitori?
Quello che emerge maggiormente è che quasi tutte le persone che sono passate di qui si sono sentite nella loro vita, in qualche modo, messe da parte e giudicate e hanno cercato nella droga, purtroppo, un modo per avere attenzione. Io credo che, per prevenire i disagi e tutelare i giovani, sia fondamentale dedicare loro del tempo: bisognerebbe osservarli senza opprimerli, seguirli senza stargli troppo addosso, non dovremmo mai farli sentire sbagliati, non accettati, giudicati o criticati: se li rassicuri proprio nel momento del bisogno, loro inizieranno a fidarsi e seguirci, senza cercare forme pericolose di ribellione.

 

Insomma, dietro il “silenzio” discreto di queste associazioni, spesso si nasconde l’urlo di aiuto di chi non pensa di avere più una via d’uscita, un urlo che queste strutture sanno bene come placare e colmare, ricordando che la speranza è sempre lì, dietro l’angolo: l’importante è non dimenticarlo mai.

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