I cristiani d’Oriente meritano molto di più

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FranciaUn concerto, una pubblicità, una metropolitana. Ed una nota, una piccolissima postilla informativa in fondo al manifesto per dire che il ricavato dell’iniziativa sarebbe stato devoluto “in favore dei cristiani d’Oriente”. Nulla di sconvolgente se non fosse che il mix di tutti questi elementi è risultato “esplosivo” in una terra, come la Francia, patria e culla della laicità. I fatti sono questi: la “Régie autonome des transports parisiens” (Ratp), la società che gestisce la metropolitana parigina, aveva rifiutato di appendere i manifesti che promuovevano il concerto del gruppo “Les Prêtres” in programma il 14 giugno all’Olympia. Colpa del manifesto era la presenza della menzione “in favore dei cristiani d’Oriente” che evidentemente non lo rendeva degno di pubblica lettura. La Ratp spiegava in un comunicato che la decisione era stata presa in nome del “principio di neutralità del servizio pubblico”.
La laicità è quel terreno tutelato dalla legge che rende possibile il vivere comune nel rispetto di tutte le appartenenze religiose e culturali. Può questa laicità generare nelle sue estreme conseguenze e nel tempo una società priva di sentimenti, totalmente indifferente al destino dei popoli solo perché appunto appartenenti ad una etnia o ad una religione o addirittura ad una corrente di pensiero? Non è stata forse l’indifferenza a permettere nel nostro recente passato il genocidio degli armeni e subito dopo l’olocausto degli ebrei? Quanto è successo a Parigi è il segno evidente di una società profondamente ferita dai recenti attacchi terroristici. Ma la risposta al terrorismo non può e non deve essere la paura dell’altro. Può e deve essere la partecipazione. Perché la paura, quella vera, quella che ti toglie tutto anche il respiro, oggi a viverla non sono i francesi e nemmeno gli italiani ma sono i cristiani in Medio Oriente e in tante altri parti del mondo. E l’Europa è chiamata per la sua maturità democratica e per la sua lunga storia di guerre e sopraffazioni ad essere, per quel mondo, un esempio di convivenza pacifica e possibile tra le differenze. Anche religiose.

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