“Un piano Marshall per i tre Paesi colpiti dall’Ebola”

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AfricaDi Davide Maggiore

Anche l’acqua conta, quando c’è da lottare contro Ebola. “Pensiamo alle condizioni igieniche in cui va attinta, ai lunghi percorsi per raggiungere il punto di approvvigionamento… Sono anche condizioni di povertà come questa che permettono il formarsi di nuove sacche di contagio! Ma in generale rispetto ai mesi scorsi la situazione è nettamente migliorata…”. A parlare è padre Vincenzo Munari, missionario saveriano che vive alla periferia orientale di Freetown, capitale della Sierra Leone. Il Paese, con la Liberia e la Guinea, resta uno dei tre ancora non dichiarati liberi dalla febbre emorragica che ha provocato più di 10mila vittime, anche se di recente sono arrivati segnali positivi. Si possono leggere nei dati settimanali dell’Organizzazione mondiale della sanità: l’ultimo bollettino – quello del 29 marzo – parla di 82 casi totali nei sette giorni precedenti, con la Liberia che, addirittura, non ne ha fatto registrare nessuno. E se i numeri della Guinea sono per molti versi preoccupanti (57 casi, in netta crescita rispetto ai 45 di sette giorni prima), in Sierra Leone, pur tra molte cautele, si può cominciare a pensare al dopo, a quando l’epidemia non ci sarà più.

Mobilitare risorse internazionali. A Freetown, racconta padre Vincenzo, stanno ad esempio per riaprire molte scuole. “Certo – ammette il missionario – nella società c’è ancora paura, ci si chiede se potrà succedere qualcosa ora che tutti questi bambini che arrivano da posti diversi si troveranno insieme. Da parte nostra, stiamo cercando di far partire le scuole cattoliche, in modo da dare un segnale di normalizzazione”. Perché questo avvenga veramente – dopo una crisi durata oltre un anno e che ha messo a dura prova le strutture dello Stato – però, non bastano i simboli: servono soprattutto mezzi finanziari. Ne è pienamente consapevole Ellen Johnson-Sirleaf, la presidente della Liberia: a inizio marzo, nel vertice di Bruxelles dedicato al contrasto dell’epidemia, ha chiesto strumenti per gestire la questione sul piano regionale. “Non c’è dubbio – ha spiegato – che questo richiederà la mobilitazione di risorse significative, forse persino un piano Marshall…”. Di quali somme si parli, lo ha chiarito Abu Bakarr Kamara, uno dei promotori dell’iniziativa sierraleonese “Bank Advocacy Network”: nei prossimi anni, sostiene, il suo Paese avrà bisogno di 400 milioni di dollari per gestire i suoi servizi sanitari. Una cifra difficile da raggiungere, se si pensa alle decine di milioni di dollari che annualmente debbono essere pagati solo come interessi sul debito estero. È per questo che, sia nei tre Paesi colpiti che a livello mondiale, sono molte le voci simili a quella di “Bank Advocacy Network”, che chiedono la cancellazione delle somme dovute. La proposta – a livello istituzionale – è stata fatta propria dal presidente guineano Alpha Condé, ma ha ottenuto risultati limitati: il Fondo monetario internazionale ha rinunciato ad esigere, complessivamente, solo 100 milioni di dollari nei tre Paesi.

Campagne sociali. “Sono i livelli di vita – concorda padre Vincenzo – che devono migliorare: non si può vivere davanti a fogne a cielo aperto, in baracche che è persino difficile definire tali…”. Ma l’aspetto materiale non è tutto, da rimarginare ci sono anche ferite sociali. È il caso dei cosiddetti “orfani dell’ebola”, bambini che hanno perso entrambi i genitori nell’epidemia: secondo un recente rapporto dell’Ong britannica “Street Child”, solo in Sierra Leone sono circa 12mila. “Non sono accettati nelle famiglie dei parenti – testimonia il religioso – come potrebbe avvenire per gli orfani normali: sono visti come qualcosa di pericoloso, perché si crede che abbiano ancora la possibilità di infettare gli altri, per cui vengono emarginati”. C’è bisogno, dunque, di accoglienza, che spesso viene fornita da Congregazioni missionarie e dal clero locale, ma soprattutto, prosegue il saveriano, “è necessario portare avanti campagne, spiegare che da ebola si guarisce definitivamente: la Chiesa lo sta già facendo, coi suoi mezzi di comunicazione e, persino, durante le omelie”. Né è questo l’unico campo in cui c’è ancora bisogno della voce dei religiosi. Proprio nel momento in cui si parla di ricostruzione e fondi in arrivo, infatti, conclude padre Vincenzo, è ancora più importante “ricordare alle personalità pubbliche che si dovrà avere attenzione al bene comune, non a quello personale, o i più poveri non riusciranno a tirarsi fuori da questa situazione!”.

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