La nostra Pasqua segnata dal dolore

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KenyaNon so se voi lo abbiate avvertito, ma in tante comunità cristiane la Pasqua del 2015 ha avuto un segno diverso. Una diversa consapevolezza. Era già accaduto che altre Pasque fossero macchiate dal sangue dei cristiani. Ma se la memoria non ci tradisce, gli attentati avvenivano proprio nel giorno di Pasqua, durante le celebrazioni.
Quest’anno no. Il macabro orologio mediatico dei terroristi islamisti ha voluto fare le cose diversamente, così che un velo di tristezza accompagnasse la Resurrezione di Gesù. C’è un’immagine comparsa ieri sulla stampa internazionale e italiana che ci ha stretto il cuore. Un’immagine della strage nel campus universitario kenyano: decine di corpi di giovani uomini e donne, giustiziati con un colpo alla nuca. Un desolato tappeto di morte.
Nel giorno di Pasqua, i nostri sacerdoti hanno voluto ricordare, anche nelle omelie, le persecuzioni a cui sono sottoposti i nostri fratelli cristiani in tante terre lontane. Anche il Papa ha usato parole dolenti nel suo messaggio “Urbi et Orbi”. La stessa celebrazione pasquale ne ha risentito. La gioia è stata invasa dal dolore, dalla partecipazione sofferta. Mai, forse, come in questa Pasqua, ci siamo sentiti una sola comunità e abbiamo sofferto per tutte quelle giovani vite cristiane spazzate via dall’odio islamista. Il nostro dolore non si è trasformato e non si trasformerà in odio, ma di sicuro una nuova consapevolezza si sta facendo strada nelle nostre coscienze: il martirio non è il passato remoto dei cristiani. È il drammatico presente.

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