A tu per tu con suor Riccarda, badessa delle Clarisse del Monastero Santa Speranza

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Clarisse

Di Floriana Palestini

DIOCESI – Continuano i nostri incontri con i responsabili delle comunità maschili e femminili della nostra diocesi.
Questa settimana abbiamo scambiato due parole con suor Riccarda, badessa delle suore Clarisse dal 2013.

Quando siete arrivate a San Benedetto?
Ci siamo stabilite a San Benedetto inizialmente con l’inaugurazione della vecchia cappella, l’8 dicembre del 1995; siamo entrate ufficialmente in monastero nel 1996. Ci ha volute qui mons. Chiaretti: dato che San Benedetto era diventata città vescovile, quindi centro-diocesi, bisognava dotarla di un monastero. Il vescovo ha chiesto al monastero di Montalto, da dove proviene suor Patrizia, di istituire qui un monastero clariano. I monasteri sono legati insieme in una federazione, che ha il compito di coordinare la vita spirituale degli stessi monasteri ed io nel mio monastero ho aderito alla federazione.

Da dove proviene, suor Riccarda?
Sono originaria di Padova e provengo dal monastero di Camposampiero, un monastero delle clarisse che si trova in un luogo antoniano. A Padova ci sono molti luoghi dedicati a Sant’Antonio: fuori città c’è una via detta proprio “via del Santo” ed è la strada che Sant’Antonio percorreva da Padova a Camposampiero, luogo caro al Santo sul quale è sorta una cappellina in noce. Arrivata a San Benedetto conobbi padre Giancarlo Corsini, parroco dei frati di Sant’Antonio, al quale io ed altre siamo state affidate quando arrivammo qui. Con lui abbiamo elaborato una dimensione di vita che fosse più vicina a ciò che avrebbe voluto Santa Chiara: una dimensione di maggiore fraternità, che è la caratteristica della nostra regola, e soprattutto di preghiera, una preghiera che non fosse vissuta in maniera intimistica solo da noi, ma che potesse essere offerta a tutta la città. I nostri momenti di preghiera sono quasi tutti aperti al pubblico, eccetto quelli del sabato, una giornata un po’ particolare per noi.

Come è arrivata da Padova a San Benedetto?
La federazione organizzava corsi di formazione rivolti alle sorelle che erano in quella tappa del cammino per diventare suora che è la “professione temporanea”, durante la quale si emettono i voti di castità, povertà e obbedienza per 3 anni. Quell’anno avevano scelto come sede Montalto delle Marche e ho conosciuto lì suor Patrizia. I corsi duravano 2 mesi e tutte noi del monastero padovano ci spostavamo, eravamo una quindicina in tutto. Facevamo approfondimento della parola di Dio, corsi di liturgia, corsi di francescanesimo e clarianesimo. Lì ho saputo di questa fondazione, ho riflettuto insieme al sacerdote che mi accompagnava in quel momento e abbiamo deciso che era opportuno che mi immergessi in questa “storia”. Penso che noi clarisse di San Benedetto abbiamo un vantaggio: essendo poche e comunque tutte abbastanza giovani, abbiamo potuto strutturare la comunità in termini molto più vicini a quello che ci potrebbe chiedere Santa Chiara, però attualizzati. In cappellina non abbiamo una separazione con le grate, proprio perché abbiamo scelto un segno di separazione che comunque viene aperto per far entrare il sacerdote nella celebrazione.

Quale è il servizio principale che offrite alla città?
Offriamo molto tempo all’ascolto: chi viene a trovarci può parlare con noi, lo ascoltiamo, lo accompagniamo. Alcuni ci chiedono delle direzioni spirituali o dei colloqui dove tirano fuori quello che hanno, le loro fatiche e le loro gioie. Il fatto che siamo suore di clausura probabilmente rassicura le persone, poiché quel che ci dicono da qui non esce sicuramente! A volte capita che dopo il vespro o dopo gli incontri che teniamo qui al monastero facciamo una preghiera spontanea dove raccomandiamo le persone che ci hanno telefonato o che sono venute quel giorno, ma non ci sono mai i nomi e non si possono capire le situazioni; credo che la gente si senta custodita, in questo. Il servizio dell’ascolto è molto frequente da noi: si ascoltano le persone, a volte in silenzio perché veramente non hai le parole da poter dire, per quanto le situazioni siano drammatiche. Abbiamo una pagina sul sito dei frati di Sant’Antonio dove chi vuole ci può scrivere richieste di preghiera. Ci arrivano circa 10-15 richieste al giorno ma non rispondiamo mai alle e-mail che ci arrivano: le scarichiamo e le leggiamo tutte; ogni tanto ne stampiamo qualcuna per portarla in cappellina, dove abbiamo un cestino in cui mettiamo tutte le intenzioni. Come servizio alla città, per mantenere fede a ciò che ci aveva chiesto mons. Chiaretti, teniamo incontri mensili sulla Parola di Dio, la scuola di preghiera: elaboriamo alcuni argomenti tratti dalle Scritture, quest’anno abbiamo scelto il tema della “prova”. Questo lo facciamo da quando siamo qui, dal ’96, e dura da ottobre ad aprile. Organizziamo anche delle lectio per i giovani, degli incontri mensili iniziati due anni fa. Nel periodo di Quaresima e di Avvento tantissime parrocchie ci chiedono dei momenti di ritiro in preparazione al tempo liturgico che si sta vivendo. I nostri momenti di preghiera come abbiamo detto sono sempre aperti: al mattino proclamiamo le lodi, poi la messa; lunedì, giovedì e domenica la messa è di sera (alle ore 18:30 o 19:00 dal cambio dell’orario prossimo). Alla fine della messa si fermano quasi tutti, chi per chiedere una preghiera, chi per scambiare quattro chiacchiere. Alcuni “amici” ci frequentano in maniera abbastanza regolare e vengono ogni tanto a farci un saluto. Attraverso l’applicazione di WhatsApp sul cellulare possiamo raggiungere anche chi si trova in ospedale, chi vive momenti di fatica; quella del cellulare diventa una delle modalità con cui una persona non si sente abbandonata, soprattutto se sai anche la sua situazione personale.

Come vivete il rapporto con la città?
Siamo molto aiutate dalla città di San Benedetto, perché non ci ha fatto mai mancare nulla, al di là dell’affetto. Siete un popolo caloroso, che vuol bene, accogliente. Per me che sono del nord, la cosa che mi ha fin da subito impressionato è la vostra schiettezza, voi non mandate a dire niente a nessuno. Questo ti aiuta ad entrare nelle relazioni in termini molto più veri, perché sai sempre quello che pensa l’altro. Oltre all’affetto, c’è anche tanta disponibilità all’aiuto nei nostri confronti. Ci sono tante persone che si occupano di noi e dei nostri bisogni, dal detersivo al pesce. La San Vincenzo di una parrocchia di Porto d’Ascoli una volta a settimana ci chiama e ci chiede di cosa abbiamo bisogno: è chiaro che tu non fai la lista della spesa, dici “ho bisogno di della frutta, della verdura”. Quel che ti portano, tu accogli; ora è periodo di verze e cavolfiori e ci portano verze e cavolfiori. Sono anche antiossidanti, quindi va benissimo! Questo per noi è un aiuto a vivere, come diceva San Francesco, “di quello che ti mettono sul piatto”: c’è un qualcuno che si è preoccupato per te in quei termini per cui mangi quello che ti viene dato. Secondo me è molto bello anche in termini di essenzialità di vita, perché non mangi quello che hai scelto ma ciò che ti viene donato. Così per mille altri situazioni: c’è chi ti porta il pesce, chi la carne, chi i maritozzi! Abbiamo anche fatto un’esperienza molto particolare: noi qui abbiamo un orto e c’è stato un momento in cui di Provvidenza ce ne arrivava tantissima. In quel periodo eravamo in tre qui al monastero, e abbiamo deciso di non tenere più l’orto. In quella stagione non ci è arrivato assolutamente nulla. Da lì abbiamo capito che il Signore ti “regala” la sua Provvidenza se tu ti preoccupi anche di lavorarla e infatti poi abbiamo ricominciato con l’orto, che diventa anche faticoso, soprattutto d’estate; dopo le 7, quando il sole è un po’ calato, puoi fare tutti i lavori, ed è bello perché lo facciamo tutti insieme. Da quella volta abbiamo capito che era opportuno che ci dessimo da fare con le nostre mani, come ci richiede la regola, perché Santa Chiara ci dice di lavorare con le nostre mani. Laddove le nostri mani non arrivano, perché il nostro lavoro non è sufficiente per la sussistenza, le allunghiamo alla Provvidenza di Dio. Questo ci ha fatto gestire la nostra vita in termini di condivisione molto aperta con la città.

Infatti, la vostra comunità vive un rapporto molto stretto con la città e le persone che la abitano. Come gestite il rapporto con quest’ultime in una località come San Benedetto?
Normalmente nei monasteri alle 19 la portineria è chiusa. Qui d’estate è impensabile, perché le persone vengono anche al mattino presto, non solo a portarti qualcosa, anche a scambiare due parole, per cui d’estate prima delle 22:00 è difficile che riusciamo a chiudere la portineria. Di conseguenza, i nostri orari slittano: abbiamo tentato di costituire la nostra vita interna anche in base a dove abitiamo, perché la popolazione richiede la tua presenza in termini diversi. Credo che questo per noi, per la nostra vita interiore, sia stato molto buono, perché in un monastero gli orari sono quelli, le persone sono quelle e rischi di assuefarti. In realtà, un richiamo dall’esterno, una persona che ti richiama ad una presenza, ad una parola anche in orari e in tempi che non avevi previsto secondo il modulo monastico, aiuta a non fissarti e per noi questa è una grande grazia. Facciamo dei confronti con gli altri monasteri, perché fino a due anni fa la presidente della federazione era suor Patrizia, e di situazioni ne abbiamo conosciute tante. Lo stare qui, il tipo di città, ci aiutano a crescere e a non fissarti, a non chiuderti, che è un po’ il rischio del monastero, e a non sviare il tuo carisma. Credo che il carisma clariano cresca con le persone, quindi non ne abbiamo perso, semmai guadagnato. Ci sembra che rispetto ad altri monasteri ci sia una apertura ed una elasticità maggiori, sicuramente determinato dal fatto che non abbiamo anziane e anche se ce ne fossero state, credo che si sarebbero adeguate ad una vita che ti chiede di camminare e di aprirti.

Avete dei compiti precisi?
Tutti facciamo tutto, perché siamo solo in cinque. Abbiamo diviso i servizi in settimane: ognuno di noi fa cucina, portineria, sacrestia, lavanderia. Il lavoro principale che abbiamo è il confezionamento di paramenti sacri o, come in questo periodo, delle tunichette per la Prima Comunione. L’altro lavoro è realizzare degli oggetti, sia sacri che non. Lavora anche la badessa, perché secondo Santa Chiara, la badessa è “la serva delle serve”. Per le clarisse la badessa non ha un ruolo di autorità come ad esempio, nelle monache benedettine: noi siamo a servizio delle sorelle, ciascuna dell’altra, in maniera particolare la badessa, che è quella che si deve occupare di tutte ma in termini di servizio, non di autorità. Per me è il terzo triennio che faccio la badessa in questa comunità. Secondo il diritto canonico, possiamo fare tre mandati al massimo e quindi questo è il mio ultimo, cominciato il 9 marzo. Dopo, torni ad essere una monaca “normale”. Il servizio di abbadessato è proprio un servizio: ti devi accorgere se la sorella sta male, che cosa vive e affiancarti non imponendo ma diventando un compagno di viaggio, dove la persona sa che ci può confidare con te indipendentemente da quello che vive. Santa Chiara dice, nella sua regola, che “la badessa è l’ultimo rifugio delle tribolate”: significa che oltre a Dio c’è una persona che ti può ascoltare senza dare nessun tipo di pregiudizio, cercando di darti anche delle indicazioni utili per la tua vita.

Da quando siete qui quante vocazioni ci sono state?
Quando siamo arrivate qui eravamo in due, io e suor Patrizia e ogni tanto veniva a darci una mano una sorella di Montalto. Dopo poco è arrivata suor Graziana, nel settembre del 1996, attraverso un sacerdote di Reggio Calabria, da dove lei stessa proviene. Abbiamo avuto varie persone che si sono fermate nella nostra comunità, che accoglie chiunque voglia fare un “periodo di prova”, che va da un minimo di una settimana ad un massimo di 3 mesi. Al termine di questa esperienza, in alcuni casi abbiamo capito che non era opportuno per quella persona continuare. Alcuni dopo un cammino in parlatorio, un cammino di conoscenza del carisma, dello stile della comunità, della persona, possono scegliere di entrare; durante il percorso ti rendi conto, tu comunità e l’altra persona, che non è opportuno, perché quando vedi una persona che si ammala, che non sta bene, vuol dire che quello non è il suo posto. C’è stato chi dimagriva, chi aveva un concreto bisogno di vedere le persone perché altrimenti impazziva, chi era sempre più triste. Se sei al tuo posto, i problemi che abbiamo assumono una coloratura diversa; in alcuni casi invece erano portati agli eccessi. Se fossero rimaste tutte le persone che sono passate di qui, adesso forse saremmo in 20! Secondo noi bisogna affrontare un discorso serio di discernimento: tu stai offrendo una vita e se questa persona non è chiamata a vivere questa vita, la distruggi e io credo che questo non sia buono, non è quello che ci chiede il Signore, che è Signore della vita. Poi abbiamo avuto suor Massimiliana, una suora polacca: si è trasferita ancora novizia dal monastero di Tuscania, ora chiuso. Infine è arrivata Sara, suor Sara: l’abbiamo conosciuta nel 1998 ed è entrata in monastero nel 2007/2008, dopo 10 anni di conoscenza. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da un cammino serio in parlatorio ed ha fatto la professione temporanea l’anno scorso, il 1° agosto. Il monastero è anche il luogo che accoglie tante persone un po’ “screllate”, come le definisco io, che pensano che il monastero sia un luogo di rifugio, fuori dai problemi e dalle fatiche della vita. Ci sono persone che hanno problemi di relazione e pensano che il monastero li difenda: in quanto a relazioni, il monastero è una prova del nove. Le relazioni in un monastero sono molto strette, perché il posto è sempre lo stesso così come le persone che lo abitano, non è una fuga. Con queste persone diventa difficile riuscire a far capire che il monastero non è un luogo di rifugio, anche perché ci si accorge che non c’è tanto la chiamata del Signore, quanto un bisogno umano di difendersi da un mondo che effettivamente può essere faticoso per alcuni, per delle persone fragili, ma non è entrando in monastero che questi problemi si risolvono. Anzi, se non hai un forte equilibrio mentale il monastero risulta difficile. Molte volte queste sono persone un po’ avanti negli anni, che magari non sono riuscite a realizzarsi in altro modo nella vita, né professionalmente né a livello affettivo; inoltre, se non si è abituati a condividere, diventa difficile dopo una certa età sopportare la vita in comune e gli orari che un luogo come questo ti richiede.

Vuole dire qualcosa ai giovani o quanti stiano facendo discernimento nella loro vita?
C’è un termometro che ti dice se la motivazione per cui stai facendo discernimento è vera ed è la dimensione di una serenità di fondo. Non significa non avere paura di affrontare un mondo sempre nuovo, sia se si tratta di una vita di consacrazione o matrimoniale. La serenità ti è data da una forza che non è nostra, che ci dà qualcun altro. Credo che di questi tempi ci voglia tanto impegno da parte di qualcuno che ti sta accompagnando, perché le scelte non si fanno mai da soli nella vita: che sia quindi un sacerdote, una suora, una persona più adulta che ha un’interiorità (laico), che ha esperienza di vita e di Dio. È molto difficile non far fare all’altro quello che tu vorresti che l’altro facesse. Cercate delle persone che vi accompagnino in termini che vi diano vita e non che attirino a sé in termini di farvi fare quello che loro vorrebbero; è questa infatti la cosa più faticosa perché il rischio del non-ascolto è molto frequente. È faticoso ascoltare l’altro per quello che è o per quello che potrebbe fare e non per quello che tu vorresti che facesse. Ci è capitata una persona che secondo noi era chiamata a vivere in monastero però aveva delle fatiche umane. Secondo noi, aiutata da persone esperte, questa sarebbe stata una persona eccezionale. Lei però non ha accettato: c’erano delle porte che non apriva e non le puoi buttare giù tu. Quel che direi ai giovani è cercare delle persone che li rendano vivi. Purtroppo ci sono un sacco di problemi di plagio, che è anche molto facile soprattutto se una persona si sta formando, perché mi dà l’impressione che ci sia una ricerca di serietà da parte vostra, dei giovani, che a volte viene confusa con un bisogno di strutture che ti facciano stare in piedi. Credo invece che le persone abbiano un’interiorità che le faccia stare in piedi. La persona deve essere lasciata libera di venir fuori per quello che è, all’interno di quelle che io chiamo “regole di vita”. Credo che la grandezza di voi ragazzi sia quella di tirar fuori il bello che avete; noi più grandi vi dobbiamo affiancare affinché troviate la vostra strada, ma non per modo di dire: purtroppo la Chiesa è ferma al problema dei numeri. Non è il numero che fa la qualità, ma è la bellezza della vita. Io non prego per le vocazioni: prego perché le persone possano essere felici. Se faccio un po’ il bilancio di questi 20 anni di vita del monastero potrebbe sembrare che non abbiamo avuto nessuna vocazione, che abbiamo fallito. La bellezza della mia vita è che qualcuno, incontrandoci, non ha deciso di entrare in monastero, ma ha trovato la felicità. Credo che la dimensione di Dio sia questo: aiutare l’altro ad essere felice, ad avere vita. Se non c’è questo, secondo me non c’è Dio. Credo che sia questo il servizio più grande del monastero: che le persone abbiano vita.

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