Tunisi, dai “gelsomini” alla “marea rossa”

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ProtestaDi Gianni Borsa

Una “marea rossa” attraversa, domenica 29 marzo, le strade di Tunisi e (quasi) tutto il mondo esulta. È la risposta civile e popolare all’attentato al Museo del Bardo del 18 marzo, rivendicato dallo Stato islamico. “Je suis Bardo” è sulle labbra dei manifestanti pacifici. Così come a gennaio “Je suis Charlie” era il motto di chi, in ogni angolo d’Europa, si mostrava solidale con la Francia sconvolta dall’attacco terroristico alla redazione della rivista satirica “Charlie Hebdo”.
Una marea rossa attraversa una città del ventunesimo secolo e a nessuno scorrono i brividi giù per la schiena, come forse sarebbe accaduto un tempo dinanzi alle bandiere rosse in bell’ordine issate durante le sfilate dei regimi al di là della Cortina di ferro. Cambiano i tempi, mutano i simboli con i loro significati espliciti e reconditi. Basti pensare a quante rivoluzioni colorate sono passate sotto i nostri occhi negli ultimi 30-40 anni e addirittura moltiplicatesi dal 2000 in poi.
Così la marea rossa di Tunisi rimanda alla rivoluzione arancione ucraina del 2004, oppure a quella verde dell’Azerbaigian del 2005 e, con la stessa tinta, dell’Iran nel 2009. Poi ci sono i fiori e gli alberi: un caso emblematico è la rivoluzione del garofani, in Portogallo, nel 1974. In epoche più recenti quella delle rose in Georgia (2003), dei tulipani in Kirghizistan (2005), dei cedri in Libano (2005), fino a tornare alla Tunisia della rivoluzione dei gelsomini (2010), nel quadro della cosiddetta “primavera araba”.
Gli esempi potrebbero continuare. Ai colori e ai fiori si aggiungono innumerevoli altri simboli di altrettanti tentativi di ristabilire la democrazia e i diritti in varie nazioni del mondo. Si potrebbero citare la rivoluzione “di velluto” in Cecoslovacchia nel 1989, oppure quella “del bulldozer” in Serbia nel 2000, “dei jeans” in Bielorussia nel 2004. Senza dimenticare le “sciarpe gialle” in Mongolia (2005) o lo zafferano, issato a emblema di libertà in Myanmar (2007).
Un oggetto qualunque, una stagione, un museo, una rivista, uno slogan possono assurgere a “monumenti” della voglia di riscatto di un popolo. Così come il valore di una bandiera può trascendere il suo stesso significato originario. Oggi la bandiera tunisina, con la mezzaluna e la stella, elementi che rimandano all’islamismo, è sventolata anche nelle piazze europee e americane, metafora di democrazia e pace e di contrapposizione al Califfato, ai suoi metodi violenti, alla repressioni che esso sta esercitando in Medio Oriente e in nord Africa, al terrorismo che alimenta in svariate regioni del pianeta. Così come la bandiera blu con le 12 stelle dell’Unione europea è stata un elemento unificante delle proteste ucraine dell’EuroMaidan. Si può ugualmente citare il caso della bandiera della pace, coi colori dell’arcobaleno, che dalla Marcia Perugia-Assisi promossa da Aldo Capitini nel 1961 ha fatto il giro dei cinque continenti.
È dunque ancora il tempo delle rivoluzioni? Della gente che scende in piazza per far risuonare la propria voce? Evidentemente sì. Le ragioni sono diverse, ancor più differenti i leader che diventano capi-popolo. Ma finché ci saranno popoli oppressi, ingiustizie e soprusi, fame e guerre, libertà e diritti violati, non potranno mancare tali forme, organizzate o spontanee, di contestazione, dissenso, ribellione. Vale, e lo si è visto più volte di recente in Europa, anche per cause altrettanto nobili rispetto alla difesa della democrazia e alla lotta al terrorismo: quante città si sono riempite di cortei che inneggiavano alla difesa della vita o alla tutela del matrimonio? Solo negli ultimi mesi lo si è visto, per ricordare qualche caso, a Parigi, Bruxelles, Madrid, Varsavia, Bratislava…
Le “rivoluzioni gentili”, che imboccano la strada della non violenza, del rispetto altrui, della disobbedienza civile, dell’obiezione di coscienza, hanno accompagnato l’ultimo secolo di storia, e hanno fatto da contraltare alle guerre, ai disordini politici, ai colpi di Stato verificatisi ovunque in Europa e negli altri continenti. Forme, parole d’ordine, vitalità di tali rivoluzioni sono peraltro mutate con i decenni: è sufficiente citare Internet e il suo ruolo – talvolta decisivo, altre ambiguo – in relazione alla trasformazione negli anni recenti del “modello rivoluzionario” e della sua capacità di coinvolgimento.
Comunque ogni rivolta, protesta, marcia, sollevazione dev’essere infine misurata nei suoi esiti di lungo periodo, perché ci sono anche rivoluzioni mancate, proteste degenerate, primavere tradite: è quanto insegnano, ad esempio, la Libia, l’Egitto, la Siria, l’Iran, la stessa Ucraina, la Bielorussia e la Russia di Putin.
Democrazia reale, diritti, giustizia sociale, sviluppo economico, ruolo di cooperazione e di pace a livello internazionale: sono i criteri per “pesare”, se così si può dire, il vero successo di una rivoluzione. Al di là dei colori, degli slogan e delle bandiere.

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