Don Ulderico Ceroni “Segni della Quaresima” il giovedì Santo

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Don UldericoDi Don Ulderico Ceroni

DIOCESI – In questo giorno solenne, la Chiesa celebra due sante Messe.
Al mattino alle ore 10.30, in cattedrale, quella presieduta dal vescovo con il suo presbiterio per la consacrazione degli oli santi (Missa Chrismalis), verso sera quella celebrata nelle varie comunità cristiane per ricordare la cena del Signore con l’istituzione dell’Eucaristia (Missa in Cœna Domini).
La Chiesa oggi innalza a Dio il suo rendimento di grazie per il dono del sacerdozio battesimale e ministeriale, e mentre ripete il gesto della lavanda dei piedi rinnova il suo impegno di servizio e di carità nella fede del Signore risorto. La Chiesa è resa partecipe del sacerdozio di Cristo.
Tutti i battezzati, infatti, sono stati lavati nel sangue dell’Agnello, che li ha costituiti profeti e testimoni del Regno nel mondo.1 Il Risorto è sempre presente tra i suoi e li accompagna, rinnovando, nei sacramenti, il suo amore salvifico; in questo modo la comunità dei credenti diviene ministra della sua carità e della sua volontà di liberazione universale.

«II SIGNORE MI HA CONSACRATO». Il brano di Isaia descrive la vocazione profetica nelle sue tre componenti essenziali: la consacrazione, l’effusione dello Spirito e l’annuncio della lieta notizia. Anzitutto dichiara di essere stato consacrato dal Signore. La vocazione profetica non è un’auto-candidatura, ma una chiamata di Dio a cui l’interessato risponde con pronta obbedienza. Questa consacrazione avviene attraverso l’effusione dello Spirito, che prende possesso del consacrato. In terza istanza, lo Spirito invia alla missione, all’annuncio della Parola di Dio che, nel nostro testo, si formalizza attraverso un settenario di verbi. II primo è evangelizzare, ovvero portare la buona notizia ai poveri (ânâwīm). Il secondo verbo è fasciare le piaghe dei cuori feriti, cioè contriti, offrendo la consolazione divina. Il terzo è gridare, proclamare il dono della libertà a chi vive prigioniero. Il quarto è ancora proclamare (qârā’, in ebraico); in questo caso la proclamazione ha per oggetto l’anno di grazia del Signore, dove Dio usa misericordia e perdona. E arriviamo al quinto, confortare quanti sono afflitti. Confortando, Dio vuole che il suo profeta dia forza a quanti sono attraversati dalla prova. Il sesto verbo è sollevare, allietare i fedeli del Signore (gli afflitti di Sion). Giungiamo così al settimo verbo, dove il profeta deve far passare il popolo dal lutto alla gioia, dalla tristezza al canto. 
«OGGI SI È COMPIUTA QUESTA SCRITTURA». La profezia di Isaia si compie in Gesù. Ma Gesù ci appare più che un profeta. Egli non solo spiega la Parola di Dio ma la attualizza in sé; perciò possiamo dire che è lui la bella e buona notizia che risuona nell’oggi della salvezza. Nel discorso inaugurale ci viene indicato in sintesi il fine del suo annuncio: essere figli di Dio e fratelli tra noi; il mezzo per realizzarlo: l’ascolto della Parola di Dio; il dinamismo per compierlo: l’azione dello Spirito.
Quando Gesù rilegge Is 61 evidenzia, in particolare, l’anno giubilare in cui la terra, dono di Dio a tutti i suoi figli, viene ridistribuita tra i fratelli. Di più: egli vede tutta la sua missione alla luce di quest’oracolo.
Se Gesù apre gli uomini alla fede in Dio è perché questa fede è fondamento di una nuova fraternità basata sulla giustizia. Ma questa «parola di grazia» 4 ha bisogno di orecchi attenti e di cuori disponibili all’ascolto. Ascoltare Gesù significa offrire a lui l’assenso della fede, altrimenti, come per i concittadini di Gesù, si rischia di rimanere scandalizzati dalla sua persona e dal suo messaggio.
Se Gesù ha compiuto la sua opera grazie all’azione dello Spirito, così anche i credenti in lui sanno che, in forza della medesima du,namij, porteranno la buona novella del Regno fino ai confini della terra inaugurando l’anno giubilare, l’anno di grazia per tutta la terra.
Un’ultima osservazione: abbiamo detto che Gesù compie la profezia di Isaia ma, dobbiamo aggiungere a suo modo. Se è vero che tra i compiti profetici c’era l’annuncio dello yōm nâqān («giorno di vendetta»), nelle parole di Gesù non risuona questo monito. Con questo, Gesù non annulla certo la giustizia divina, ma fa coincidere l’anno di grazia per l’umanità con il giorno di vendetta che scende su di lui. II peccato lo ha assunto ed espiato lui, Agnello immolato, portando il nostro peccato, anzi facendosi per noi peccato. 6 Al riguardo, ha detto Papa Benedetto XVI: «Il giorno della vendetta e l’anno di misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio; egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi».
IL NUOVO SACERDOZIO. Nell’Antico Testamento il sacerdozio era considerato un grande onore a causa della relazione particolare che i ministri instauravano con Dio. I sacerdoti erano sacerdoti per Dio, potevano officiare nel Tempio, e il sommo sacerdote, una volta all’anno, entrava niente meno che nel Santo dei Santi, dove dimorava la Presenza di Dio. Gesù non ha avuto questi privilegi né questa sacralità. II Vangelo ce lo presenta come colui che serve, che lava i piedi ai discepoli.
Istituendo l’Eucaristia, egli ha voluto orientare i suoi discepoli verso due grandi orizzonti: l’Alto (Dio, il Padre) e l’altro (l’uomo, visto come fratello). A Dio ha fatto salire la sua lode, agli uomini ha donato il suo Corpo e il suo Sangue. Se diverso è il sacerdozio di Cristo dall’economia antica, nuovo è pure lo scopo dell’offerta, nuovo il suo contenuto, nuove le modalità di partecipazione.
Per l’Antico Testamento l’offerta era innalzata a Dio per ottenere i suoi benefici, il suo perdono, e la remissione dei peccati. L’offerta di Gesù, invece, non è stata un tentativo per placare Dio o modificarne gli atteggiamenti; nel suo sacrificio, Gesù ha aperto se stesso all’azione di Dio. Ripeto: non ha agito su Dio, ma si è reso disponibile all’azione di Dio su di lui. Se diverso è lo scopo dell’offerta, diverso è pure il contenuto. E difatti, Gesù non offre come i sacerdoti sangue di capri o di vitelli ma la sua persona come sacrificio vivente. Egli poteva farlo, in quanto vittima senza macchia, santo, innocente e privo di ogni complicità con il male.
Infine, se per i sacerdoti la consacrazione si realizzava mediante separazioni, che intendevano innalzarli al di sopra di tutti gli altri uomini per avvicinarli così di più a Dio, per Gesù, invece, la consacrazione si è realizzata, paradossalmente, attraverso una piena e vera solidarietà con gli uomini peccatori e un abbassamento tale che l’ha portato fino alla croce, dove è stato condannato come criminale tra criminali. Questo però ha fatto sì che egli divenisse per noi una via nuova e vivente al mistero di Dio.13 In questo giorno vogliamo, perciò, ringraziare con gioia il Padre per averci ammessi, in Cristo, Sommo Sacerdote, al suo cospetto nell’amore.

 

Pietro non vuole farsi lavare i piedi dal Maestro. Perché? Semplice: Gesù mette in crisi la sua concezione riguardo l’autorità e il servizio all’interno del gruppo apostolico. Nella concezione mondana, un signore non deve mai servire. Ciò compete al servo. Inoltre, solo un signore è sublime, mentre un servo è sempre spregevole. Gesù capovolge questa mentalità: sublime è l’amore, che sa inchinarsi verso tutti, spregevole è l’egoismo, che si innalza sopra gli altri. Pietro, sebbene inizialmente refrattario, giungerà a capirlo. E arriviamo al Discepolo amato. A tavola si trova in una posizione particolare, «al fianco di Gesù». 17 Questa posizione rimanda alla stessa posizione di Gesù nei confronti del Padre. Per Gv 1,18, Gesù è «nel seno del Padre». Ko ,lpoj, tradotto con «seno», designa anche lo spazio tra le braccia. Il Figlio è nell’abbraccio del Padre. Le Persone divine, pur distinte, non sono separate, e nell’in-essere, nel co-essere e nel pro-essere l’una per l’altra vivono l’amore come dono, accoglienza e condivisione. Da questo grembo generante, il Discepolo amato si reclina poi sul petto di Gesù. Dal grembo, luogo di vita, al cuore, donde fluisce la vita.
L’EUCARISTIA, MEMORIA E COMUNIONE. È stato scritto che l’ultima cena ha avuto una preistoria; difatti, è iniziata con la chiamata di Gesù dei primi discepoli affinché «stessero con lui».
Come è noto, all’interno della cultura di quel tempo ogni pasto consumato assieme era iniziatore di fraternità e di comunione. È in questo orizzonte che comprendiamo l’affermazione paolina: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione …? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione …?».
Proprio perché i commensali sono alla stessa mensa attestano una fraterna koinoni,a. Comprensibile allora l’amarezza di Gesù: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno».
Ma il dono che Gesù fa di sé è quello dell’Agnello immolato.

Mangiando l’Agnello si entra in Alleanza con lui divenendo una medesima offerta in lui.
Ma c’è un altro aspetto: la cena inizia al mistero divino. Difatti, la comunità credente incontra Dio «nel punto in cui il mondo fa un tutt’uno con Lui: nel Cristo e nella sua morte». L’Eucaristia rappresenta il totale sovvertimento dei valori. Cristo ha inaugurato una nuova relazione con Dio completamente diversa da quella conosciuta nel mondo ebraico e nelle altre religioni. Gesù non è il servo di Dio, ma il Figlio di Dio; non impone, ma offre un’alleanza non di servi con il loro Signore, ma di figli con il loro Padre: non basata sull’obbedienza, ma sull’accoglienza del suo amore. In quest’alleanza il culto non è più un’azione che parte dall’uomo verso Dio per ottenere dei benefici, ma è quell’azione che parte da Dio verso l’uomo per renderlo capace di donarsi. Il Dio che Gesù ci presenta è talmente innamorato degli uomini che chiede di essere accolto nella loro vita per fondersi con loro e dilatarne la capacità di amare. Questo è il vero culto!  IL “SEGNO” DELLA LAVANDA DEI PIEDI. Giovanni non ci parla dell’istituzione; egli sottolinea maggiormente il significato dell’Eucaristia nella lavanda dei piedi che chiarifica i gesti che hanno sostanziato l’intera vita di Gesù, venuto «non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti». 25 Essa indica, perciò, la donazione totale e gratuita che permette d’avvicinarsi il più possibile a quella completezza e pienezza dell’amore che ha caratterizzato la vita di lui, il quale «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». 26 La lavanda dei piedi può essere considerata come uno dei “segni” che scandiscono il quarto vangelo e come un “segno” della Passione. In effetti si può vedere come Gesù si è spogliato non solo delle sue vesti, ma anche totalmente di se stesso, assumendo la condizione di un “servo”.
Gesù ha compiuto il segno della lavanda dei piedi nel corso del pasto che ha consumato con i suoi discepoli prima di entrare nella sua Passione. Giovanni non lo dice, ma i suoi uditori sanno che è in quell’occasione che ha istituito l’Eucaristia. Secondo questa prospettiva il segno della lavanda dei piedi completa quello che dicono i sinottici e san Paolo al proposito: questo è il sacramento dell’amore di Dio e del Cristo e nello stesso tempo della carità fraterna. La sera del giovedì santo tre parole di Gesù rinviano l’una all’altra per manifestare in pienezza il significato dell’eucaristia: «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate ciò che io ho fatto a voi»; «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri»; «Fate questo in memoria di me».

Quando i discepoli si radunano per l’eucaristia, desiderano entrare in comunione con Cristo. Ora Gesù ha rifiutato la tentazione del potere, della ricchezza, della forza. E ha accettato quello che il Padre gli domandava: amare, servire, donare la propria vita. I suoi discepoli, a loro volta, devono scegliere di servire, di prendere la loro croce, di amare come lui. Giovanni, che scrive dopo gli altri evangelisti, ha capito le parole e i gesti di quella sera. Fra gli apostoli davanti ai quali Gesù si abbassa c’è anche Giuda, il traditore. È proprio quest’atteggiamento di Gesù ad apparire significativo: egli è il Maestro e il Signore, la cui fedeltà sarà confermata dalla risurrezione. Ma è anche il Servitore, e non solo di Dio, come affermano le Scritture, ma di tutti gli uomini suoi fratelli. Nessun servizio per lui è troppo umiliante. Lo si è capito dopo la sua morte sulla croce, il supplizio riservato agli schiavi. Gesù ha amato sino alla fine, senza temere l’ignominia. Chi vuol essere suo discepolo deve sapere di essersi messo alla scuola del più umile servitore e di essere chiamato a vivere e morire come lui.

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