Cattolici e sciiti: come abitare gli spazi comuni

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sciitiDaniele Rocchi

“Viviamo in tempo in cui la religione è un fattore fondamentale dello sviluppo globale. Uomini e donne spaesati sentono l’attrazione del fanatismo violento. Nel mondo globale l’uomo non sopporta di essere senza radici e si rifugia nel fanatismo. Ma questo è perversione delle religioni”. Lo ha detto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, all’incontro “Cattolici e sciiti. Responsabilità dei credenti in un mondo globale e plurale” che si è svolto oggi (24 marzo) a Roma per iniziativa della stessa Comunità e dell’Imam al-Khoei Foundation (Iraq), fondazione internazionale legata alla massima autorità religiosa dell’Islam sciita iracheno, il Grande Ayatollah Ali Sistani. Erano presenti, tra gli altri, dignitari religiosi sciiti di primo piano provenienti da Iran, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait e i cardinali Reinhard Marx, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (Comece), e Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Riccardi ha ricordato come lo scenario internazionale sia attraversato da numerose crisi e conflitti, veri e propri “momenti di prova per le religioni, per i cristiani in Pakistan, Iraq, Nigeria ma anche per gli sciiti. Non c’è dialogo senza libertà religiosa – ha aggiunto il fondatore della Sant’Egidio – da Paolo VI fino a Giovanni Paolo II la Chiesa ha impersonato l’impegno delle religioni per il dialogo e la pace. Noi ci muoviamo su questa linea”.

Tutelare il bene delle persone. Alle parole di Riccardi hanno fatto eco quelle del card. Jean-Louis Tauran: “Esiste per un popolo un flagello peggiore della guerra? No. Non esiste”. Il pensiero del porporato è andato subito alla Siria, entrata nel suo quinto anno di conflitto, con “215mila morti, 7 milioni di sfollati interni, 4 milioni di rifugiati nei Paesi confinanti”. Davanti a queste cifre, ha detto Tauran, è lecito chiedersi da dove tragga origine la guerra. I motivi, ha spiegato, vanno ricercati nelle “discriminazioni, nelle persecuzioni, nelle pulizie etniche, nei genocidi, anche culturali come quelle portate avanti in Iraq dal sedicente Stato islamico. Grave, inoltre, è l’incitamento alla violenza da parte dei leader religiosi, per esempio in Pakistan contro i cristiani sui quali spesso pende la falsa accusa di blasfemia. Quanta pena si prova a sapere che scuole, in particolare religiose, sono un vivaio di futuri terroristi”. La pace, ha argomentato il cardinale, “non si può ottenere se non viene tutelato il bene delle persone. È necessario avere la ferma determinazione di rispettare la dignità degli altri popoli e degli altri uomini. Il ruolo dei religiosi è quello di costruire e proteggere la pace. Il discorso religioso ha l’obbligo di favorire il rispetto reciproco e la pace sociale, specialmente in tempi di crisi”.

Fare autocritica. “Il dialogo non deve restare confinato ai dotti e alle élite”, ha affermato Jawad Al-Khoei, segretario generale dell’Al-Khoei Institute, ma deve diffondersi tra la gente, nonostante i tanti ostacoli che trova sulla sua strada. “Perché il dialogo si affermi, occorre innanzitutto contrastare l’estremismo religioso, tanto diffuso nel mondo”. Un modo, ha detto Al-Khoei, è quello di “basare il dialogo sui vari punti in comune tra i seguaci delle diverse confessioni, come le buone opere e l’aldilà. Affrontare estremismo e terrorismo vuole dire contrastare quella comprensione errata della religione che incita l’uomo a imporre il suo credo con la forza. La moderazione e l’equilibrio sono le strade da perseguire per diffondere la cultura del dialogo. L’estremismo nasce dall’ignoranza della fede dell’altro”. Altro punto fondamentale è “l’accettazione del pluralismo quale principio umano e divino come indica il Corano. Non ci sono differenze tra i popoli. Una certa ostilità tra i seguaci di alcune religioni nasce dalla mancata comunicazione diretta specie tra le loro autorità religiose. La mancata comunicazione crea ignoranza dell’altro. Da qui nascono le diffidenze. Ci sono ampi spazi comuni tra l’Islam e le altre religioni monoteistiche e vanno abitati per costruire ponti di comprensione”. Non sempre è stato così, ha riconosciuto Mohamad Hassan Al-Amine, teologo libanese. “Ci sono stati nell’Islam, come nel Cristianesimo, duri conflitti tra le diverse correnti sulla dottrina e sulla Sharia. Per questo oggi chiedo ai leader musulmani di organizzare incontri di dialogo basati sull’autocritica. L’autocritica trasparente e aperta incoraggia a rivedere i presupposti che ognuno ritiene sacri mentre in realtà non lo sono, non fanno parte dell’essenza della religione e sono solo il frutto di una chiusura confessionale che porta all’ostilità e all’inimicizia verso chi ha un pensiero differente”. È da questo atteggiamento, infatti, che nasce “l’immagine terrificante e dolorosa che molti popoli hanno dell’Islam che è, invece, una religione che esorta alla pace e alla carità. È necessario dire che la religione non ha nulla a che fare con tutti i gruppi estremisti che commettono crimini orrendi in nome della fede”.

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