La Pirelli ai cinesi: un Paese in vendita al miglior offerente…

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pirelliLa Cina è vicina. Anzi vicinissima.
Per la precisione ce l’abbiamo già in casa. Ma non stiamo parlando del ristorante cinese dove abbiamo imparato a mangiare gli involtini primavera. Bensì dell’acquisizione, da parte del colosso Chem China, della maggioranza azionaria della Pirelli. Un affare miliardario che segna l’ingresso di enormi capitali cinesi in un’azienda globale che porta ancora il nome del suo italianissimo fondatore. Un pezzo di storia industriale e finanziaria del miglior capitalismo italiano consegna il suo futuro ai magnati cinesi, con i soci italo-russi in minoranza. Il lancio dell’Opa farà ricchi gli azionisti che venderanno, la Pirelli avrà un futuro industriale forte avendo davanti a sé anche l’enorme mercato cinese dell’auto e soprattutto del trasporto pesante. Immaginiamo che il governo Renzi saluterà con soddisfazione l’arrivo di capitali stranieri e cinese in particolare. Per i cittadini comuni sarà una notizia come tante altre. Per Marco Tronchetti Provera, dominus di Pirelli, il coronamento di un tragitto da lui sintetizzato nell’espressione: “L’Italia ha bisogno di aziende forti, non di poteri forti”. L’augurio che formuliamo è che davvero Pirelli possa continuare a crescere e che “il cervello” dell’azienda resti davvero italiano…
Tutto bene? Lo dirà il futuro. Di sicuro, non riusciamo a scrollarci dalla memoria le parole più volte pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco, quando ha ripetutamente invitato lo Stato a “non vendere i gioielli di famiglia”. Esplicito il suo riferimento alle grandi aziende pubbliche in settori strategici. Ma anche in questo settore le dismissioni e le vendite sono già cominciate e certamente proseguiranno. Si chiamano privatizzazioni, necessarie per ridurre il debito pubblico. Peccato che gli investitori italiani non si smuovano e sino ad ora abbiano investito sempre e solo nei servizi, magari in condizione di monopolio interno e con la garanzia del sistema tariffario protetto. Configurando così più una rendita vitalizia che un investimento produttivo sottoposto al fisiologico rischio industriale e finanziario.
Difficile sottrarsi alla sensazione di essere un Paese in vendita al miglior offerente. Un bene, un male? Chi siamo noi per giudicare?

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