“Il divorzio breve sancisce il matrimonio bene di consumo”

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8112340544_2ac2242e0bpdi Francesco Rossi

Via libera dal Senato al “divorzio breve”. Dopo il nuovo sì della Camera dei deputati (necessario perché Palazzo Madama ha apportato delle modifiche tecniche al testo), il divorzio potrà essere chiesto trascorsi sei mesi dalla separazione in caso di accordo consensuale, un anno se si sarà fatto ricorso al giudice. È stata invece stralciata la norma che prevedeva il cosiddetto “divorzio immediato”, senza nemmeno passare dalla separazione. “Il divorzio, da eccezione che era, sta diventando la norma”, commenta Vera Negri Zamagni, docente all’Università di Bologna, dove è pure direttore della Scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e politico.
Che cosa significa l’introduzione nel nostro ordinamento del “divorzio breve”?
“Rappresenta l’esplicitazione del fatto che il matrimonio non è più un investimento di vita, bensì viene pensato come un bene di consumo, da liberarsene nel più breve tempo possibile quando non piace più. Tutto ciò che impedisce la rapidità nell’acquistare e nell’eliminare il bene di consumo deve essere tolto di mezzo. Nella crisi matrimoniale, dunque, non c’è più un problema da affrontare, ma un diritto da esercitare”.
Quali conseguenze culturali, a suo avviso, avrà il “divorzio breve”?
“Produrrà un’ulteriore precarizzazione della vita, con rapporti in continua costruzione e disfacimento, senza possibilità d’investire. Come nel lavoro precario non c’è il tempo di specializzarsi in quello che si fa, non si può costruire sulla propria professionalità, così in famiglia non sarà possibile una visione di lungo periodo…”.
Ma è possibile generare dei figli senza questa visione?
“Questa è l’altra conseguenza della precarizzazione. Non ci si sposa per evitare di fare progetti e, quando lo si fa, si pensa bene prima di mettere al mondo dei figli che, in caso di una futura separazione, costituiscono un ostacolo perché la legge, giustamente, prevede per loro delle tutele”.
L’incremento demografico, quindi, non passa solo da politiche fiscali e di conciliazione dei tempi…
“Anche provvedimenti come questo minano l’incremento demografico, che invece costituisce una delle emergenze nazionali da affrontare. Andando avanti così, non solo il nostro Paese sarà destinato a scomparire – nel 2050 si prevede che, con questo trend, gli italiani saranno 40 milioni – ma l’economia non può riprendersi”.
Avremo presto il “divorzio breve”, ma è stata stralciata la norma su quello “immediato”.
“Temo che questa sia una tappa intermedia e che presto il ‘divorzio immediato’ verrà riproposto. Sei mesi sono pochi, ma almeno si può pensare un attimo su ciò che si sta facendo”.
Chi difende la nuova norma fa leva sui costi e sui tempi finora necessari per situazioni logorate, senza possibilità di recupero. È così?
“Il tempo della separazione serve per riflettere, pensare anche alla possibilità di ricomporre la situazione: se nella maggior parte dei casi è vero che una separazione sfocia nel divorzio, è pure vero che ci sono anche casi nei quali l’esito è diverso”.
In questo modo aumenteranno le separazioni?
“Di sicuro si riducono i costi e, dunque, il disincentivo economico. Facilitare la chiusura di un legame matrimoniale, poi, toglie valore nell’opinione pubblica a quel legame e alla fine la gente viene portata a credere davvero che il matrimonio non sia niente più di un bene di consumo”.
Dobbiamo arrenderci all’idea di un nuovo concetto di famiglia?
“Ci stiamo dirigendo verso una diversa concezione del matrimonio e della famiglia. Quest’ultima, da sempre, è il luogo tipico per la costruzione delle persone: non solo i figli che crescono sull’esempio dei genitori, ma anche gli stessi coniugi, che dal reciproco confronto escono uomini e donne ‘migliori’. Ora, invece, se al primo litigio si divorzia non c’è più quell’investimento nel miglioramento della qualità delle persone”.
Spesso si parla di contrapposizione tra laici e cattolici. Ma il concetto di famiglia è “laico”, prima ancora che cattolico…
“La famiglia ha sempre rappresentato la stabilità, in tutte le società, per ragioni fondamentali, in primo luogo per far crescere i figli, ma anche per un aiuto e una fiducia reciproci. Noi cattolici vi abbiamo messo il suggello del sacramento, ma questo concetto di stabilità della famiglia appartiene a tutte le società e a tutte le culture. E, laddove il divorzio è stato ammesso, era pensato come un’eccezione. Ora, invece, più lo facciamo scivolare verso la facilità, più diventa normale”.

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