Avvolti nella lotta tra il bene e il male

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

eclissidi Marco Testi

“In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”.
Il timore ancestrale della tenebra, anche quando sappiamo, quando crediamo di conoscere tutto dell’universo (cosa che in realtà non è) ha fatto capolino tra la gente che sfoggiava i modernissimi occhiali ad hoc, e che nelle città guardava, una volta tanto, verso il cielo. Alcune auto si fermano quando il fenomeno arriva all’apice, e, manco a farlo apposta una non riparte e allora, tra il serio e il faceto, il conducente ti dice che la colpa è dell’eclisse. Del drago che secondo alcune popolazioni divorava la gente e la terra stessa.
Quella strana, soffusa luce né meridiana, né notturna, ha rispolverato emozioni arcaiche, perché la dialettica luce-tenebre è antica quanto il mondo. Il pensiero va subito all’’incipit giovanneo (1, 4-6) è uno dei momenti più alti e ancora oggi emozionanti di una letteratura che parte da molto lontano, dalle osservazioni dei mutamenti luce-ombra osservati dai nostri antenati remoti, dai calcoli astronomici nella Cina del 2000 a. C., ad esempio, o dalle tavolette sumeriche di settecento anni dopo.
L’eclisse di sole ha attraversato spesso la storia e la letteratura, ma è divenuto pretesto per evidenziare altro, in un procedimento simbolico, gioco talvolta ambiguo di luci ed ombre che alludono ad altro. L’eclisse di sole è rimando apocalittico (perché la luce sembra minacciata nel suo stesso dominio diurno) alla lotta tra bene e male. Alcune branche delle scienze umane studiano i rapporti tra la descrizione degli spazi e dei luoghi in letteratura e i valori simbolici ad essa connessi: se Dante pone l’inferno in basso e il paradiso in alto è perché segue il gioco simbolico legato alle antiche dimensioni dell’uomo che vagava in cerca di pascoli di giorno e di notte riposava: il cielo, casa degli dei, era, per i popoli latini, “fas”, sacro perché indicava la direzione attraverso le stelle e la posizione del sole, il suolo era invece “nefas”, poiché raccoglieva i corpi dei morti, divorava il sole al tramonto ed era la dimora degli dei inferi.
D’altronde san Paolo, nella prima lettera ai Corinzi aveva chiarito che “vi sono corpi terrestri e corpi celesti, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri”.
La luce è la dimensione che in alcune dottrine, come quelle manichee, si contrappone alla materialità del corpo che è peccato e corruzione. Ma alla base di questa interpretazione è possibile ipotizzare ancora una volta la fascinazione di Giovanni. Nel suo Vangelo (3, 19-21) l’apostolo afferma che “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvage”. Il richiamo ad una situazione insostenibile per l’uomo, in quanto dominata dalle tenebre, è in Genesi 1, 1-8: se “in principio Dio creò il cielo e la terra”, è vero anche che “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso”.
L’abisso è dominato dalle tenebre e solo dopo Dio separa la luce dalle tenebre, in consonanza con altre cosmologie, per esempio quella taoista. Ma buio-luce non è solo netta contrapposizione: il mattino procede dalla sera, e la notte annuncia il mattino, e questo è segno di speranza, anche quando si è nel cuore delle tenebre (e “Cuore di tenebra” è il titolo di un romanzo del 1902 di Joseph Conrad, una -ancora oggi enigmatica- allusione al male assoluto): “Vorrei che fossimo già in inverno perché la primavera sarebbe più vicina”, ebbe a dire il Metropolita Kirill a proposito del dialogo tra cattolici e ortodossi. Non sempre il buio è segno di morte, perché significa trepida attesa: si pensi alla notte di Natale o alla Veglia pasquale. San Giovanni della Croce intende la notte come momento di crisi salutare e di comunione silente con la divinità.
Lo stesso Dante pone la luce, dimensione sovrana nel Paradiso, come punto d’arrivo che però necessita del passaggio nelle tenebre del peccato. Dopo una notte in cui il protagonista del romanzo di Chesterton “L’uomo che fu giovedì”, del 1908, sfiora gli inferi del nichilismo e dell’anarchia, alle prime luci del mattino appare la figura salvifica femminile che “recideva lillà prima di colazione, con la sua inconsapevole gravità di fanciulla”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *