In Africa “l’oro blu” fa la differenza tra poveri e fortunati

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digaDi Davide Maggiore

Le guerre dell’acqua, in Africa, si combattono già. Persino senza usare le armi. Fiumi e specchi d’acqua significano cibo, energia, pascoli, a volte – come nel caso del lago Nyassa / Malawi, oggetto di disputa tra lo Stato omonimo e la Tanzania – anche la possibilità di sfruttare potenziali giacimenti, in questo caso di idrocarburi. I conflitti, certo, non sono un esito inevitabile delle tensioni attorno a questo elemento naturale, come riconobbe anche l’allora segretario generale delle nazioni Unite Kofi Annan, quando, nel 2002, definì le dispute idriche un potenziale “catalizzatore per la cooperazione”, rivedendo le posizioni più pessimistiche espresse in passato. Cambiamenti climatici e inquinamento, tuttavia, rendono sempre più scarsa l’acqua disponibile, facendo diventare quello che è stato definito “oro blu” ancora più prezioso. E come certi fiumi, le dispute possono restare sotterranee per anni, per poi riemergere all’improvviso: arginarle è spesso altrettanto difficile che limitare gli effetti di una piena, ma è possibile.

Esiti alterni. L’esempio più recente riguarda proprio la “guerra dell’acqua” per eccellenza, quella che coinvolge il fiume più lungo del mondo, il Nilo. Egitto, Sudan ed Etiopia hanno raggiunto un “accordo preliminare” dai contenuti non ancora resi pubblici, ma che riguarda la gestione della cosiddetta Diga del Millennio (o del Rinascimento etiope), la più grande dell’Africa. Il Cairo temeva che il progetto idroelettrico voluto dal governo di Addis Abeba potesse privare l’Egitto di risorse idriche essenziali, a cui ritiene di aver diritto per vecchi accordi risalenti al 1929. I protocolli, però sono stati contestati dai Paesi lungo l’alto corso del fiume mano a mano che questi si sottraevano al controllo delle potenze coloniali rendendosi indipendenti e desiderosi di gestire senza costrizioni tutte le risorse. Meno evidenti, ma irrisolte, sono invece le questioni che riguardano gli altri due grandi fiumi d’Africa, il Niger e il Congo. Nel primo caso, è la Nigeria a temere di vedersi “chiudere i rubinetti” per via dei progetti idroelettrici del governo del Niger, mentre nel secondo caso un’altra diga in costruzione (quella nota come Inga III, in grado, potenzialmente, di fornire elettricità a metà del continente) è diventata l’ennesima posta in gioco nella crisi politico-militare del Paese. Nessuna meraviglia, dunque, che il Sudafrica – uno degli Stati più attivi nella forza multinazionale Onu di contrasto ai gruppi ribelli nell’Est – sia anche quello che, all’altra estremità del Congo, ha già acquistato quote importanti dell’energia che sarà prodotta grazie al progetto. Proprio la “nazione arcobaleno”, in più, dimostra quanto forte possa essere la pressione sulle risorse idriche anche quando vengono usate come veicolo di sviluppo. Le attività minerarie – ancora importanti per l’economia sudafricana – richiedono infatti molta acqua e, contemporaneamente, i loro prodotti di scarto contaminano in molti casi le falde acquifere, rendendole inservibili per l’uso domestico.

Obiettivo sostenibilità.
In altre aree del continente, “in particolare nelle zone pastorali – ricorda infine Sandro Bobba, presidente di Lvia, organizzazione non governativa italiana con progetti in 10 Paesi africani – le risorse idriche sono la fonte di sostentamento principale per il bestiame, unica ricchezza delle popolazioni nomadi, e anche in questo campo esistono conflitti, sia pur meno noti di altri”. Anche iniziative molto meno ambiziose della diga del Millennio, dunque, possono rompere equilibri delicati. “Per questo – prosegue dunque Bobba – è importante accanto alla realizzazione tecnica dei progetti, valutare sempre gli aspetti sociali e le conseguenze che comportano”. La parola d’ordine, insomma, è “sostenibilità”, una preoccupazione che non deve finire “con la conclusione del progetto, ma deve essere tra gli obiettivi fissati ancor prima della realizzazione di qualsiasi programma”, spiega Bobba. In questo senso, nota ancora il presidente di Lvia, “il coinvolgimento delle popolazioni locali è indispensabile, perché garantisce la continuità delle opere nel tempo, cosa che non è avvenuta con molti progetti calati dall’alto, ma anche per un altro aspetto, più etico: senza una collaborazione con le realtà locali, fin dalla fase di studio, si corre il rischio di trasformare la cooperazione in un rapporto sbilanciato”.

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