Vivere e imparare con gli indigeni dell’Amazzonia

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AmazzoniaFabio Mandato

L’esperienza di Deyanet Garzon Figueroa è straordinaria. Colombiana, è operatrice volontaria per la pastorale sociale e del lavoro del suo Paese. Il servizio che compie si realizza nel più grande polmone del Pianeta: l’Amazzonia.

Il progetto. È grandissima, l’Amazzonia. Trentatré milioni di abitanti, di cui 3 milioni di indigeni e il resto della popolazione che per lo più si concentra nelle zone urbane. Sette milioni di chilometri quadrati, comprendenti le aree di nove Paesi sudamericani. “Raggiungo le comunità più lontane, per ascoltare la gente, verificare come stanno, aiutare in tutti i problemi e organizzare reti di lavoro”, racconta Figueroa. I progetti che sostengono l’iniziativa sono “Cosmogenesis” e “Fucai” (Fundacion caminos de identidad), sostenuti da Misereor, una società della Chiesa cattolica tedesca per la cooperazione allo sviluppo, fondata nel 1958. “L’obiettivo è fornire un contributo efficace alle comunità nei loro processi di sviluppo sociale, politico, economico, culturale, nella valorizzazione del potenziale degli indigeni – prosegue la volontaria -. Perché il potenziale è tanto”.

Pianeta indigeni. Ma come sono gli indigeni? “È un po’ difficile pensare a un modo unico – prosegue Figueroa – perché l’Amazzonia ha una grande diversità, con ben 390 etnie. C’è una certa varietà di culture, lingue, tradizioni. Scoprirle, per me, è stata una bella sorpresa”. Anche le espressioni di auto-organizzazione sono diverse, fa capire la volontaria. “Tuttavia, dalla mia esperienza posso dirvi che ci sono caratteristiche e problemi comuni: la maggior parte delle popolazioni indigene dipende dalle foreste, dalle savane e dai fiumi, quindi dalla caccia, dalla raccolta o dalla pesca. Li ho osservati, sono molto bravi e attenti a quello che accade intorno a loro”. Tra le attività che realizzano gli indigeni, c’è quella di “coltivare le piante per cibo e medicine. Sono molto laboriosi. E poi hanno una spiccata spiritualità, che si manifesta principalmente nella difesa della terra”. A proposito, “il progetto prevede l’accompagnamento delle comunità indigene attraverso delle attività, quali ad esempio l’agricoltura sostenibile”.

L’Amazzonia invasa. I problemi non mancano. “La pressione sul territorio amazzonico a causa di megaprogetti, l’assenza di politiche pubbliche statali che garantiscano i diritti fondamentali, molti gruppi indigeni che sono arrivati nelle città aumentando il numero degli emarginati urbani e degli sfollati”. Figueroa cita le tante criticità. “Molti giovani vanno a studiare e cercare un lavoro, condizioni di salute e di vita migliori, dal momento che nelle comunità talvolta non ci sono buone condizioni igieniche e la mortalità a causa di malattie trasmissibili e dell’inquinamento ambientale è aumentata notevolmente”.

Un grido d’allarme. “Lo sterminio dei popoli indigeni e la distruzione della foresta è lo sterminio di tutti noi”. Figueroa pensa alle potenzialità dell’Amazzonia e lancia una serie di allarmi, perché “la crisi che stiamo vivendo è, prima di tutto, una crisi di umanità”. “Con il saccheggio delle risorse della foresta – prosegue – il più grande bacino fluviale del pianeta diventerà irrimediabilmente un deserto: si perderà il cuore stesso dell’Amazzonia”. Il bosco produce il 20% dell’ossigeno del pianeta, offre anche il 20% di acqua dolce del mondo e ospita la più grande biodiversità. Il servizio di Figueroa è fatto col cuore di chi ha veramente speso il suo tempo a fianco ai popoli indigeni. “Lo sterminio dei villaggi ancestrali degli indigeni farebbe perdere non solo la più grande diversità etnica e culturale del mondo, ma essi stessi, i guardiani della terra, e la possibilità per noi di imparare da loro cosa significa vivere in armonia, nel rispetto e nella cura reciproca”.

Un impegno di 40 anni. Nei giorni scorsi è stata presentata la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), uno dei tentativi della Chiesa di proteggere il grande polmone del mondo. Lo sguardo della Chiesa verso l’Amazzonia, però, è forte da anni, precisa Figueroa. “Penso al Consiglio missionario indigeno (Cimi), che è un organo della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CnBB), costituito da un gruppo di missionari che rimangono con le comunità indigene, e che da 40 anni realizza un lavoro di accompagnamento a tutto tondo, curando anche l’aspetto sanitario e legale”. “Il lavoro della Chiesa in Brasile, attraverso Cimi – prosegue la volontaria – è un impegno profetico che ha anche comportato il martirio di alcuni missionari per la causa indigena”. Forse si può ripartire da qui.

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