Incontro con don Andrea Andreozzi: “La carità è il dono più grande e la via per vivere in pienezza l’amore di Dio”

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Di Floriana Palestini

PORTO D’ASCOLI -. La musica si è abbassata e la sala si è riempita dalla voce di suor Alma, che ha letto ai presenti un estratto del capitolo XIII della prima lettera ai Corinzi, noto anche come Inno alla Carità. L’incontro di mercoledì sera era infatti incentrato sui capitoli XII, XIII e XIV della Prima Corinzi, definiti da don Andrea «dei capitoli importanti, poiché risentono della carezza dello Spirito».

I capitoli XII e XIV entrano in argomenti concreti, parlano della comunità di Corinto. Il capitolo XII in particolare riguarda i doni dello Spirito: l’oggetto del discorso è “ton pneumatikòn”, tutto ciò che lo Spirito produce; esso rende vivace e ricca la comunità di Corinto tramite i doni che elargisce. Più avanti si parla di idoli muti: talune manifestazioni dello Spirito erano fraintese con atteggiamenti del più vicino paganesimo, situazione cui l’uomo deve fuggire. Il criterio che distingue l’azione dello Spirito è la professione di fede, dire che Gesù è il Signore. Dopo poche righe ecco che compare per la prima volta la parola “carisma”, che deriva dal greco “karis” (grazia, bellezza) con l’aggiunta del suffisso “-ma”. Il carisma è un dono generoso e speciale che si differenzia dagli altri, dai doni necessari in  un credente, e sono doni che non tutti i credenti possiedono. Al versetto 7 Paolo spiega quale sia il fine del carisma del singolo e la risposta è: “pros to sunfèron”, ovvero “per il bene comune”. I doni dello Spirito non vengono infusi per il vanto di uno, ma per l’utilità di tutti, per il bene comune (dal greco “sun”, con, e “fero”, io porto).

In seguito Paolo compie un elenco delle manifestazioni dello Spirito (i doni): il carisma del linguaggio di sapienza e di conoscenza, il carisma della fede, della guarigione (esorcismi), delle operazioni prodigiose, della profezia ed infine il carisma di parlare molte lingue e il carisma di saperle capire. Il Santo fa anche un paragone, quello del corpo e delle membra, secondo il quale ogni uomo è parte del Corpo di Cristo come lo sono le membra di un corpo, in cui ogni parte è importante. Maggiore attenzione va riservata alle parti più delicate: le parti intime nel corpo umano corrispondono nella comunità agli ultimi, ai poveri, ai malati.

Nel capitolo XIV San Paolo esprime una preferenza per il carisma della profezia rispetto a quello delle lingue: egli preferirebbe dire cinque parole comprensibili a tutti piuttosto che dirne a migliaia e non essere capito. Parlare diverse lingue è proprio di colui che non crede, come può ricordare che ha vissuto l’esperienza di una preghiera carismatica: sia perché i non credenti sono “induriti”, quindi non capiscono in nessuna lingua, sia perché essi si lasciano attirare in un primo momento dalla polifonia che si genera in tali luoghi, ma poi si rendono conto che la loro fede ha bisogno di essere alimentata da qualcosa di più che da un semplice bel suono. Ergo, se non vi è chi interpreta le lingue, ciascuno si tenga la propria preghiera “straniera” per sé e per Dio, oppure uno alla volta ci dovrà essere un interprete. Parimenti accade per i profeti: dovranno parlare uno alla volta, con ordine, in quanto la profezia è dono per tutti e ognuno avrà l’opportunità di essere ascoltato o di muovere critiche all’altro profeta.

«La prima lettera ai Corinti è la più bella tra quelle scritte da san Paolo – afferma don Andrea al termine della sua lectio – perché assume i caratteri della fragilità umana ma vive dell’amore di Dio e sperimenta la forza dello Spirito, anche nella sconfitta».

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