Napoli, “una città sospesa” aspetta Francesco

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NapoliDi Vincenzo Corrado

Disoccupazione, povertà, carenza di servizi, rifiuti, criminalità, camorra… Parole gravi, pesanti come macigni. Parole che fotografano una realtà, che raccontano storie di volti segnati dalla sofferenza. Parole ma non solo… Etichette che segnano il futuro, dimenticando un passato glorioso. Mistificazioni e logori stereotipi, frutto di analisi scontate, che non vanno mai al cuore del problema, dando per scontato ciò che non lo è affatto. Già, perché oltre il tunnel di tante miserie c’è una luce: forse flebile, ma c’è. Oltre il freddo di emergenze croniche o, peggio, volute esiste ancora il calore della speranza in un domani diverso, in un futuro migliore.
Questo e molto altro ancora è Napoli. L’antica grande capitale del Sud. Oggi specchio e, nello stesso tempo, riflesso del Mezzogiorno e delle tante sue criticità. Una città al centro di discorsi, dibattiti e luoghi comuni. “Una città in ansia, una città sospesa, una città in attesa”, sintetizza Massimo Enrico Milone, napoletano, responsabile di Rai Vaticano. Una città che si prepara a vivere un appuntamento importante: la visita di Papa Francesco, sabato 21 marzo. Un evento, ricco di significato e di messaggi, che porta con sé anche un invito a cambiare il proprio stile di vita e a lavorare per il bene comune. Perché questo è ciò che maggiormente chiede un territorio lacerato, ma ricco di potenzialità. E il fatto che il Santo Padre abbia scelto ancora una volta il Sud è già un messaggio implicito. Per la sesta volta in due anni, Bergoglio torna nel Mezzogiorno a ribadire con parole e gesti l’appello, lanciato lo scorso anno da Caserta, ad “avere il coraggio di dire no a ogni forma di corruzione e d’illegalità”, a “essere servitori della verità” e “assumere in ogni situazione lo stile di vita evangelico, che si manifesta nel dono di sé e nell’attenzione al povero e all’escluso”. Valori non sconosciuti a questo popolo e a queste terre; troppo spesso, però, traditi dalle tante contraddizioni e difficoltà che hanno portato a un affievolirsi delle coscienze.
Massimo Enrico Milone, nel volume “Napoli, lettera a Francesco” (Guida Editori), registra i contributi e le riflessioni di autorevoli esponenti della cultura, dell’accademia, dell’imprenditoria, della società civile, spaccato di una città profondamente colta e viva, vitale e combattiva. Una lettera al Papa, dunque, con mittente Napoli. O, meglio, sedici lettere per raccontare una città e il suo popolo, progetti, timori, speranze e futuro. Nel libro anche un’intervista al cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e, tra i documenti, i discorsi, nel capoluogo partenopeo, di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
“Una lettera – spiega Milone -, seppur scritta con il cuore, non può esaurire problemi, timori, speranze. Ma una cosa devo dirle, Santità. E glielo dirà Napoli. Qui guardiamo avanti ancora con fiducia e speranza, ci sentiamo ancora fortemente impegnati a disegnare nella concretezza il nostro futuro, a costruire e realizzare lo sviluppo, a lavorare per una pacifica convivenza sociale, attraverso l’esaltazione della centralità e della dignità dell’uomo. Contro ogni forma di degrado, sopraffazione, violenza. Qui vogliamo recuperare quei parametri fondamentali dell’etica che sono il presupposto della rinascita civile e sociale. Con la coerenza dei principii della fede e del sentimento religioso… Napoli ha energia morale e ha capacità di slanci, fiducia, concretezza… Napoli non vuole uscire dalla storia”.
Attualmente, sottolinea il cardinale Sepe nell’intervista, “davanti a noi” ci sono “tante sfide non impossibili, ma sappiamo che Napoli ha bisogno di impegni concreti, che possano rispondere alle esigenze e alle urgenze soprattutto dei più poveri, dei più deboli, dei giovani”. In questo, Napoli è, per molti versi, simbolo del Mezzogiorno dimenticato. I problemi sono noti. “Nel difficile ma irrinunciabile cammino di sviluppo e di riscatto, in ogni campo, del Meridione – viene chiesto all’arcivescovo – quale contributo darà la visita pastorale del Santo Padre?”. Il viaggio di Papa Francesco a Napoli, risponde Sepe, “ci farà capire che non siamo soli. La nostra voce trova ascolto e la speranza non si dissolve. Il tempo per ricominciare non ha scadenze e, quel che più conta, Napoli non comincia mai da zero. E non è sola. Penso al documento dei vescovi italiani sul Mezzogiorno. Ne ricordo il monito, l’orizzonte, la portata. La Chiesa invitò a guardare al Mezzogiorno ‘con amore’, a condividerne i bisogni e le speranze. Fece appello all’intelligenza, alla creatività, al coraggio di un ‘pensare insieme’, all’assunzione di una responsabilità nuova, riponendo grande speranza nei giovani del Sud”. Da quel momento – sono passati 26 anni – “molta strada, in positivo, è stata fatta”, conclude l’arcivescovo. A parlare sono i gesti concreti; uno su tutti: il “Progetto Policoro”, iniziativa ecclesiale nata per evangelizzare, educare ed esprimere idee imprenditoriali e reciprocità.
Napoli e il Sud, dunque, non sono solo emergenze. Ventisei anni fa, i vescovi italiani scrivevano che “il Paese non crescerà, se non insieme”. Perché ciò avvenga, oggi come allora resta valido l’appello a “osare il coraggio della speranza!”. Questo è il messaggio e il monito che la visita del Papa porta con sé. “Abbiate speranza – ha detto Francesco a Caserta – la speranza non delude. E a me piace ripetervi: non lasciatevi rubare la speranza!”. Solo così le etichette non avranno la meglio e verrà cancellata la tristezza dal volto sfregiato dal Sud.

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