Lo sguardo dei cattolici sulla resa dei conti fra i leghisti in Veneto

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PoliticiNicola Salvagnin
Per chi non vive nel Veneto, l’attuale scontro all’interno della Lega Nord viene visto con le lenti dell’antico arco costituzionale: un Matteo Salvini che porta il suo partito verso destra, un Flavio Tosi che, invece, da destra lo vorrebbe spingere molto più al centro. Insomma un Carroccio oscillante tra la protesta e un possibile futuro governativo.
Ma i veneti sanno che si tratta d’altro: di uno scontro di potere – gli scontri di potere sono parte integrante e a volte necessaria della politica – tra il sindaco di Verona e il presidente regionale uscente Luca Zaia, il quale ha posto l’aut aut per confermare la sua ricandidatura: o me o lui, inteso come colui che in questi anni è stato il vero dominus della sanità veneta, il 75% del budget regionale. Gli ultimi tre assessori sono stati veronesi e tosiani, sui dirigenti regionali e gli amministratori delle Ulss l’opinione di Tosi è assai importante; a Zaia era rimasta la visibilità, l’agricoltura e poco altro.
Di solito le battaglie in politica si concludono con le mediazioni e i compromessi; non in quest’epoca “renziana”, dove chi vince prende tutto e rottama i perdenti. E Zaia non ha voluto compromessi, spalleggiato da un Salvini che così si libera dell’unico che potrebbe fargli ombra a livello nazionale.
Ed è proprio Salvini, in una recente intervista, a illustrare un panorama politico ben diverso dall’antico arco costituzionale, usando sempre la geometria. Il Matteo leghista vede l’elettorato diviso in due cerchi concentrici: nel primo ci sta chi ancora considera partiti, programmi, leadership. È il mondo in cui difficilmente si riesce a competere contro Matteo Renzi. Ma nel cerchio esterno ci stanno milioni di italiani che non votano più, o che hanno in uggia il panorama politico, o che sono semplicemente arrabbiati e fortemente insoddisfatti. Che non guardano a destra-centro-sinistra ma ai Beppe Grillo, agli estremismi, all’astensionismo. Qui Salvini, a suo dire, trova praterie, e l’obiezione che con populismi e proteste non si governa viene cassata mostrando la continua ascesa del lepenismo in Francia, e il successo di Syriza in Grecia.
Ma torniamo all’arco costituzionale, ormai obsoleto nel 2015, ma utile come un navigatore per l’automobilista in cerca di orientamento. Sia Salvini sia Tosi provengono da destra, da quella Lega dura sull’immigrazione, sull’Europa unita, sulla solidarietà sociale. Insomma fuori dall’alveo del voto cattolico, storicamente posizionato tra il centrodestra e il centrosinistra, ma refrattario agli estremismi.
È vero, molto voto democristiano si riversò – a Nord – nel Carroccio negli anni Novanta; lo stesso bacino della Dc che raccoglieva il voto cattolico. Ed è al voto “democristiano” che mira Flavio Tosi, convintosi negli anni – anni di amministratore pubblico che ne hanno cambiato l’indole inizialmente estremista – che non si vince regalando il voto moderato a Renzi; che un moderno centrodestra deve essere forza di governo o proporsi come tale.
Ma democristiano e cattolico non sono sinonimi, e lo si è visto nel momento in cui i cattolici – privati di un centro di gravità permanente – si sono sparpagliati un po’ ovunque. Pochi nella Lega, se non certe frange di catto-tradizionalisti un tempo vicini a Tosi, e oggi da lui delusi soprattutto da quando ha sfoderato la bandiera del registro delle unioni di fatto.
“Sono mondi diversi, quello cattolico e quello leghista, che cercano momenti di dialogo e di convivenza, ne hanno altri di scontro e la differenza la fanno come al solito le persone: c’è l’amministratore più ‘moderato’ e quello più radicale, con cui è difficile rapportarsi su alcuni temi a noi cari”, spiega Bruno Desidera, che è stato presidente dell’Azione Cattolica trevisana quando Treviso era la roccaforte leghista nel Veneto, patria di Zaia, Gentilini, Gobbo. Insomma, di quell’area bossiana che ha ritrovato in Salvini il suo ideale interlocutore, dopo un paio d’anni in cui la coppia Maroni-Tosi ha effettivamente guidato il partito a livello nazionale e locale.
“La Lega nasce come fenomeno di protesta contro la lontananza della politica dal territorio – aggiunge don Renzo Beghini, delegato episcopale a Verona per la promozione della Dottrina sociale della Chiesa – e questo sentimento è sempre stato molto vivo nel Veneto, anche tra i cattolici. Poi però fatica a trasformare la protesta in proposta, e con Salvini sembra che appunto la proposta politica sia la pura… protesta, l’essere contro, il parlare alla pancia della gente. Noi, che siamo per le idee propositive da far passare per le teste…”.
Flavio Tosi lo intervistammo nel 2012, rieletto sindaco scaligero: “La mia Lega deve stare sul territorio, essere concreta, abbandonare utopie come la secessione: se mi spiegano come si fa… Con una guerra civile? Lasciamo perdere”. Come si fa la secessione non l’ha mai spiegato nessuno. L’unica secessione che vedremo sarà quasi sicuramente quella della Lega da Tosi (o viceversa), figlio reprobo che volle farsi proposta – per carità: non sempre chiara e a volte discutibile – e non più solo protesta.

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