Abitare la città è palestra politica

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FirenzeDi Andrea Fagioli

Sindaci di tutto il mondo si ritroveranno a Firenze per un nuovo incontro a sessant’anni da quello voluto da Giorgio La Pira. Lo faranno poco prima del Convegno ecclesiale nazionale (“In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”). Tra i due eventi non c’è collegamento. Ma possono diventare di buon auspicio perché civile e religioso tornino a percorrere insieme le strade dell’uomo, a partire proprio dalla città che fu la culla dell’umanesimo.
La “Traccia” verso l’appuntamento della Chiesa italiana a Firenze ci ricorda che la dimensione della fede è sempre iscritta nella configurazione delle nostre città. Il “sindaco santo” lo aveva ben presente. Non solo per quella grande iniziativa del 1955 quando i sindaci delle capitali del mondo siglarono a Palazzo vecchio un patto di amicizia, ma soprattutto per la sua idea di città, che espresse in una stupenda sintesi proprio in quella circostanza: “In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”.
La Pira intendeva “la città come una metafora, come una sorta di documento vivente della civiltà umana”. Per lui il concetto di comunità aveva un grande rilievo, sia come modello organizzativo, sia come stile di vita: in quanto comunità, le città hanno il compito di tutelare tutte le diverse manifestazioni della personalità umana. La sua è una concezione “teologico-politica” della città. Ed è quanto mai significativo che lo stesso paradiso, la “Gerusalemme celeste”, venga appunto paragonato a una città.
Dalle città si irradiano i valori che costituiscono il tessuto intero della società e della civiltà umana. L’ “abitare” che ci propone la “Traccia” va in questa direzione. I cattolici lo dovrebbero sapere, o lo dovranno riscoprire, che bisogna vivere immersi nel territorio “attraverso una presenza solidale, gomito a gomito con tutte le persone, specie quelle più fragili”. È la “via popolare”, che ci impone di continuare a essere una Chiesa di popolo, “povera per i poveri”. Da questo tessuto cittadino e da questi presupposti, come con La Pira, può rinascere anche un rinnovato impegno dei cattolici nel sociale e nel politico. Ma c’è bisogno che anche le parrocchie, grazie soprattutto all’impegno dei laici, tornino ad essere luoghi in cui “abitare” e non solo erogatrici di servizi sacramentali e umani.
Papa Francesco “chiede” addirittura a Dio “che cresca il numero di politici capaci di entrare in un autentico dialogo che si orienti efficacemente a sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo! La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. Dobbiamo convincerci che la carità è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!”.

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