Cardinale Montenegro “È sempre don Franco” In giro con la Vespa e la sua croce di legno

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CardinaleDi Patrizia Caiffa

Una giornata di 36 ore quella trascorsa con “don Franco” nella terra agrigentina. Un cardinale che smette alla sera le vesti solenni del pontificale per svegliarsi presto al mattino e andare allo stadio a incontrare centinaia di liceali scoppiettanti di vitalità. È molto amato il neo-cardinale Francesco Montenegro, 69 anni, messinese, arcivescovo di Agrigento da sette anni, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, ancora più noto per essere il vescovo di Lampedusa che accolse il primo, storico viaggio di Papa Francesco nel luglio 2013. Ancora prima, vietò i funerali a un boss mafioso. Il rientro nella sua diocesi con berretta e anello è stato trionfale ma semplice al tempo stesso. La festa del patrono san Gerlando, il santo che riaffermò la cristianità sull’Islam che si era radicato in Sicilia. La chiesa straripa di popolo, clero, canti e gesti simbolici. A fine Messa il cardinale prende il microfono e ricorda il patto: “Questo anello non è mio ma vostro. E non mi chiamate cardinale: io resto sempre don Franco. Quello che prima dovevo fare con ‘eccellenza’, ora lo faccio con ‘eminenza’”.

Un Vangelo senza sconti. “L’unica cosa che so fare è voler bene e amare”, ci dice. Cita don Tonino Bello, don Primo Mazzolari, e sua madre, dama di carità che lo portava nelle case dei poveri e gli diceva sempre: “Ama i poveri”. Questo “amare senza freni” i poveri, gli immigrati, i sofferenti, gli emarginati, insieme alla croce di legno che porta da 14 anni – “e perché mai devo cambiarla? Che sia d’oro o d’argento sempre croce è” – è il tratto distintivo di un cardinale che ancora gira in Vespa per le irte stradine del centro storico e sente di avere in testa e nel cuore una direzione chiara: “Il Vangelo va preso senza sconti: non si può essere buoni cristiani ed essere indifferenti ai poveri o agli immigrati. Bisogna abbandonare il vecchio modo di vivere la fede in maniera accomodante e condividere, aprirsi all’altro. Qui si tratta di mettere una marcia in più. Con il galateo si può scherzare, con il Vangelo no”. Con un piccolo cruccio: “La nostalgia di aver lavorato molto per i poveri e meno con i poveri”.

Con i giovani. Allo stadio c’è una manifestazione calcistica di solidarietà. Gli studenti gli regalano una targa, una maglietta con la scritta “don Franco” e una “bustarella” con i soldi raccolti per i poveri. Don Franco contraccambia con parole incoraggianti e sagge: “L’entusiasmo che provate ora dovete portarlo nella vostra vita. Non si può stare una vita sugli spalti o in riserva. Si diventa campioni quando si ha il coraggio di scendere in campo e fare la propria parte”. “E se non ci credete – scherza – vi faccio scendere dagli spalti con il battipanni!”. È lo stesso don Franco giocoso ma serio che anni prima aveva detto ai ragazzi di scandire “Chi non salta mafioso è”. Lui la sua parte continua a giocarla ogni giorno, con coraggio, altruismo, intelligenza, abilità nel comunicare e sempre nuove sfide davanti. “Non so se do fastidio ai mafiosi e se loro ascoltano – risponde – ma io devo aiutare i miei cristiani a essere coerenti. Noi siamo la proposta nuova per cambiare un mondo vecchio. Per fortuna c’è tanta gente buona che fa del bene in silenzio”. E non si stanca di dare l’esempio, con tanti piccoli e grandi gesti. Parte del suo episcopio, il punto più alto della città vecchia di Agrigento da cui si vede il mare fino a Porto Empedocle, è stata destinata alla creazione di un museo diocesano ricco di tesori, che vanta perfino due Guido Reni, accanto a una prestigiosa biblioteca del ‘700 con codici arabi e libri antichi, un piccolo museo antropologico che ricostruisce i luoghi della gemellata missione in Tanzania per educare i ragazzi alla mondialità e tante altre opere per far rivivere culturalmente uno stupendo ma trascurato centro storico che non ha più il suo duomo.

Il cardinale senza cattedrale. Don Franco è forse l’unico cardinale senza cattedrale, un tesoro settecentesco ricco di statue e decori preziosi, soffitti in legno magistralmente dipinti e una cupola finta effetto trompe-l’oeil. Ora è tutta ingombra di tubi innocenti e impalcature. È chiusa da anni per il suo lento scivolare di un millimetro al mese insieme alla retrostante collina di tufo e argilla. Uno scandalo di mala gestione e ritardi nelle decisioni. Cammina sommesso mostrando enormi crepe sui pavimenti antichi e sui muri: in 400 anni è scivolata di ben 94 centimetri e le risorse necessarie per la messa in sicurezza e i lavori per arginare il dissesto idrogeologico della collina sono una triste storia infinita, nonostante gli appelli e i gesti simbolici della comunità. “Sono convinto che non ci rientrerò più”, ammette rassegnato. Ci fa strada tra le belle stanze dell’episcopio che ricordano ambienti da “Il Gattopardo”. La cucina con i tre canarini che cura con il segretario don Giuseppe, gli incontri nel suo studio. Alle pareti dell’ampio salone ci sono i ritratti dei precedenti vescovi. E lei non c’è don Franco? “No, no. A me basta guardarmi allo specchio. Finché sarò in vita, niente ritratto”.

All’ospedale. Nel pomeriggio, visita all’ospedale di Agrigento per inaugurare un corso per volontari sanitari dell’Avulss, che lo accolgono con abbracci e baci. Da quando è tornato da Roma ne avrà dati migliaia. “Il primo impegno di un vescovo è stare vicino ai poveri e ai malati”, ribadisce ancora, sviscerando il significato profondo del termine “servizio” come stile del volontario e del cristiano in genere. Poi, senza mezzi termini: “Se sono medico e faccio pagare grosse cifre che non consentono ai poveri di curarsi, quello non è più servizio”. E ancora: “Se un volontario s’interessa di malati ma disprezza gli immigrati, per favore non venga più in ospedale”. La sua è anche una fede che ha il coraggio del confronto e del dialogo. L’appuntamento finale della lunga giornata è, infatti, una Marcia per la pace con cristiani e musulmani nella vicina cittadina di Favara, da cui parte un grido di speranza contro il terrorismo, la paura e i pregiudizi. Ma questa storia l’abbiamo già raccontata.

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