Prima messa in Italiano, il 7 marzo 1965 la nostra vita cambiò

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MessaDi Marco Doldi

“Si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia in tutte le parrocchie e chiese del mondo, per tutte le Messe seguite dal popolo. È un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale, come un impegno nuovo nel corrispondere al grande dialogo tra Dio e l’uomo”. Era il 7 marzo 1965 e il beato Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti sull’Appia Nuova a Roma celebrava la prima Messa in lingua italiana.
In quella importante occasione il Papa pronunciava due parole fondamentali: “ordinario” e “straordinario” riferendole alla liturgia che si celebrava per la prima volta. “Consueto e ordinario” era il divino Sacrificio che si stava celebrando, quello che da sempre la Chiesa offre per mandato di Cristo Signore. Non era mutata la fede in ciò che si stava compiendo sull’altare: la Santa Messa era sempre la stessa. Consueto e ordinario, seppure sempre grande e unico!
E quel giorno, c’era qualcosa che faceva giustamente pensare alla novità. Così il Papa continuava: “Straordinaria è l’odierna nuova maniera di pregare, di celebrare la Santa Messa […]. Norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi”.
Quelle parole di Paolo VI dicono molto di quanto la riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II aveva inteso operare: nella continuità della tradizione della Chiesa ci si proponeva di rinnovare le forme del dialogo degli uomini con Dio. Non mutava la fede, cambiava la forma. Alla Messa tridentina, che negli ultimi secoli aveva nutrito i fedeli ai divini misteri, succedeva la Messa di Paolo VI, frutto della riforma liturgica. Questa, iniziata prima del Concilio, è stata uno dei suoi frutti più belli.
Agli inizi del Novecento in molti sentirono, infatti, il desiderio di riaccostare la liturgia alla vita dei fedeli. Papa Pio X (1903-1914) diede impulso a quegli sforzi che approdarono nel movimento liturgico. Egli ebbe un’intuizione felice: lo spirito cristiano tra i fedeli sarebbe notevolmente rifiorito se questi si fossero avvicinati ai divini misteri con una partecipazione attiva (“actuosa communicatio”). L’intuizione del Pontefice e l’operato di tanti, specialmente all’ombra delle grandi abbazie, sono le cause remote e insieme prossime della sintesi tra liturgia e vita, stabilita con vigore dal Vaticano II e concretizzata da Paolo VI. In questo senso non c’è frattura tra l’opera conciliare e l’epoca precedente.
Il Vaticano II, che aveva come scopo quello di promuovere la vita cristiana tra i fedeli, si occupò per prima cosa della divina liturgia. Non fu una distrazione rispetto ad impegni più urgenti. Al contrario, costituì il criterio: indicare dove sempre si trovino le immense energie spirituali di grazia divina, che permettono ogni rinnovamento pastorale. Per questo motivo chiese che i fedeli fossero aiutati a prendere parte alla liturgia “consapevolmente, attivamente e piamente”. La semplificazione dei riti e l’uso delle lingue nazionali diventavano scelte necessarie e proficue.
Oggi, a differenza di mezzo secolo fa, realmente i fedeli hanno la possibilità di avvicinarsi più facilmente ai misteri celebrati. Possono prendervi parte e aderire interiormente a quanto Cristo opera nella divina liturgia. Naturalmente le scelte liturgiche operate non sminuiscono il Mistero che resta sempre straordinario e incomprensibile e come tale va silenziosamente accolto e adorato.

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