Un grande antidoto alla violenza è il racconto del bene

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AntonioDi Daniele Rocchi

“Non aver timore di parlarne né tantomeno di mostrare la propria paura. Il bambino non ha bisogno di avere un genitore onnipotente o impavido quanto piuttosto una figura rassicurante e non un competitor inattaccabile. Mostrare al proprio figlio le proprie paure ma anche la volontà di affrontarle e vincerle”. Sono i consigli dello psicologo Antonio Zuliani, referente tecnico nazionale per il servizio psicosociale della Croce Rossa Italiana, esperto in psicologia della sicurezza e dell’emergenza, davanti al flusso continuo di notizie e immagini cruente, come roghi e decapitazioni, che arrivano da Libia, Siria, Iraq e delle minacce dello Stato islamico (Is) rivolte all’Occidente e all’Italia. Quale atteggiamento deve avere un genitore davanti alle domande, talora insistenti, dei propri figli su questo tema? Come aiutarli senza alimentare paure ingiustificate? “Evitiamo di dire – spiega lo psicologo – ‘Io di questi non ho paura’, mostriamo timore ma anche consapevolezza che esistono contromisure alle paure. La contromisura è il bene che esiste. Ripartiamo dal bene se non vogliamo essere sconfitti dalla paura”.

Come spiegare le immagini crude che arrivano dal Nord Africa e dal Medio Oriente?
“Il genitore è il punto di riferimento cognitivo ed emotivo per il bambino. Se è molto spaventato trasferirà la paura nel bambino. Siamo davanti a un terrorismo dai grandi risvolti mediatici, con una notevole capacità d’impatto emotivo. I terroristi questo lo sanno bene. Il genitore ha la grande responsabilità di fare i conti innanzitutto con le sue paure, e in questo caso il primo passo è informarsi per capire. Solo la conoscenza ci permette di ricondurre eventuali timori e paure al loro reale spessore. Non basta mettere con Photoshop una bandiera nera sul Colosseo per convincerci che l’Is è alle porte di Roma. Dobbiamo superare un certo individualismo che ci fa tenere le nostre paure dentro di noi senza condividerle”.

Evitare di parlarne quindi è sbagliato…

“Certo, significherebbe mostrare di avere paura e susciterebbe nei bambini fantasie ancora più atroci. Il bambino vive di fantasia e quello che non gli spieghiamo se lo immagina. Tuttavia è necessario anche dire al bambino che nel mondo non esiste solo la violenza ma c’è anche il bene che deve essere raccontato. Riportare il bene è una responsabilità anche dei media. Pensiamo a quante centinaia di persone in questo momento portano soccorso alle popolazioni in difficoltà. Diciamolo ai nostri figli e facciamo vedere loro che a fronte di tanta violenza esiste anche tanto bene. L’antidoto della violenza è il bene e questo deve trovare spazio nei media”.

Come aiutare il bambino a superare la paura dell’altro che trae linfa da casi come questi?
“Facendogli conoscere mondi e culture diverse, sfruttando le occasioni che la scuola e l’associazionismo offrono quotidianamente. Penso a feste, meeting e incontri multietnici e multiculturali che vengono organizzati in tanti contesti. L’incontro nel quotidiano è fondamentale per diminuire le paure. Non possiamo confondere il musulmano con l’Is. Un modo per fuggire le generalizzazioni è la conoscenza quotidiana, che per i bambini avviene anche in classe. È il processo di esclusione e non d’integrazione che fa diventare violente le seconde e le terze generazioni”.

Davanti a immagini come quelle dell’Is è facile vedere bambini e ragazzi reagire con commenti violenti verso i terroristi. Come indirizzare nel giusto modo queste reazioni?
“Anche il mondo degli adulti funziona allo stesso modo. È un modo di semplificare che ci tranquillizza. Qui è in gioco l’educazione del quotidiano che comprende quanto avviene in famiglia. Se nel nucleo familiare non vi è apertura, gli atteggiamenti radicali sono una conseguenza. La famiglie devono tornare a porsi il problema della centralità dell’educazione”.

Se la famiglia è chiamata a riscoprire la centralità dell’educazione, la scuola quale contributo può offrire nel trattare temi spinosi come il terrorismo e la violenza?

“Sono fondamentali due cose: la preparazione dei docenti e l’assunzione di responsabilità educativa. Il bambino dipende dalle figure adulte che sono i genitori, la famiglia e gli insegnanti. L’insegnante andrebbe scelto non solo per le sue conoscenze ma anche per le sue competenze pedagogiche che risiedono nella capacità di trasferire le conoscenze. I docenti devono avere la capacità di ascoltare le paure dei loro alunni. Se ne hanno, devono poterle esprimere. Raccontare la storia non basta, serve più che mai rifletterci sopra. Siamo preoccupati di essere invasi dall’Isis ma questa non va vissuta come ultima spiaggia dell’umanità. La storia insegna che non è così”.

Cosa devono fare, invece, educatori e operatori impegnati con i bambini?
“I giovani vanno ascoltati e aiutati a pensare in maniera inclusiva. Vanno sfidati anche a livello ideale. L’educazione alla convivenza compete a tutti. I gruppi giovanili hanno responsabilità da questo punto di vista. Pensare insieme all’altro per capire cosa ci può unire è una chiave importante. Ragionare su ciò che ci unisce aiuta a far maturare il desiderio del convivere”.

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