Tra Google e Fisco nessun accordo

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googleColpo di scena: Google starebbe accettando di venire a patti col Fisco italiano, accordandosi con un pagamento di 320 milioni di euro di imposte su 800 milioni di imponibile accertato in 5 anni. Questo sostiene il “Corriere della Sera”, anche se l’azienda americana ha smentito i termini dell’accordo, dicendosi comunque pronta a cooperare con le autorità italiane. Una cifra enorme da pagare per il semplice fatto che Google – come altre multinazionali che lavorano ovunque ma pagano imposte solo in un Paese, magari con tassazione assai blanda – di tasse qui ne aveva versate poche o nessuna. Solo che questa “pratica” sta innervosendo – e parecchio – mezzo mondo: perché Google è la più grande azienda di comunicazione del mondo, leader pure in Italia (oltre un miliardo di euro fatturati in un anno) con un motore di ricerca che è il numero uno assoluto. Drena un sacco di risorse dal territorio, ma a quel territorio non lascia nulla. Così come Facebook, Amazon e altri giganti della nuova economia, con la vecchia tendenza a scappare dal Fisco.
Questo pone un duplice problema: di tipo appunto fiscale, ma anche di concorrenza sleale verso gli altri player nazionali. Che le tasse le pagano, e che quindi lavorano ad handicap rispetto a chi lascia appena le briciole laddove rastrella buona parte del mercato, in questo caso pubblicitario.
Ma Google è una potenza mondiale, pesa come uno Stato senza alcun fardello statale da trascinarsi appresso. Potrebbe fare – e finora l’ha fatto – il bello e il cattivo tempo sfruttando tutte le opportunità che ci sono in giro per il mondo: paradisi fiscali, basse tassazioni ad hoc, norme agevolate, caroselli di fatture… Ha deciso però che non è il caso di mettersi contro tutti, non fa bene agli affari né alla propria immagine. Meglio trattare, e così è stato.
Fisco italiano e multinazionale americana si sono seduti ad un tavolo e stanno ragionando su come mettersi d’accordo: ne guadagnerebbero tutti, soprattutto lo Stato italiano che doveva bloccare in ogni modo questa continua emorragia di risorse fiscali frutto della globalizzazione dell’economia.

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