Allarme WWF, il consumo di suolo è una malattia ambientale italiana

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MasulloDi Alberto Baviera
Avanti di questo passo, da qui a vent’anni in Italia avremo consumato suolo pari a 5 volte la città di Roma. Anzi, anche di più, considerate le previsioni contenute nel volume “Riutilizziamo l’Italia” diffuso nei giorni scorsi da Wwf Italia. I dati pubblicati nel report sono preoccupanti: dalle ricerche condotte dal 2006 dall’università de L’Aquila emerge come nel nostro Paese si stia procedendo a una conversione urbana di circa 90 ettari al giorno (circa 10 mq/sec) “con il rischio – in assenza di modificazione nel trend – che vengano consumati nei prossimi 20 anni ulteriori 660mila ettari di territorio libero” scrive Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia. Questo rapporto arriva nel momento in cui, dopo più di due anni di discussione in Parlamento, il disegno di legge che riconosce il suolo come bene comune e risorsa non rinnovabile rischia il blocco proprio sulla definizione di “consumo di suolo”. Del ritardo accumulato dal nostro Paese nel combattere gli eccessi di urbanizzazione, delle possibili conseguenze in mancanza di cambiamenti e di ciò che dovremmo fare per invertire la rotta, abbiamo parlato con Andrea Masullo, docente di economia sostenibile e direttore scientifico di Greenaccord.
Quanto ci devono far preoccupare questi dati?
“Consumare il suolo significa sottrarlo alla produzione di vita per destinarlo ad altri scopi. In questo sottile strato della crosta terrestre, infatti, avvengono i processi più importanti per il mantenimento della vita sul nostro pianeta. Esso è il luogo in cui avvengono gli scambi fondamentali dei cicli dei nutrienti di base, carbonio, azoto e fosforo, dai quali dipende la vita. Pensate solo agli sconvolgimenti profondi del clima a cui stiamo andando incontro per aver alterato il ciclo del carbonio”.
L’Europa ha fissato per il 2050 l’obiettivo del consumo netto di suolo uguale a zero. Quanto “terreno” dobbiamo recuperare nei confronti dei partner europei?
“Non si tratta, nel caso dell’Italia, solo di un gap normativo ma anche e soprattutto culturale: dobbiamo smetterla di considerare il territorio semplicemente come uno spazio da riempire, da attraversare, da sottomettere a fini speculativi e riconoscerne la pluralità di valenze, ecosistemiche, paesaggistiche e culturali di cui è la base viva portante. Dobbiamo recuperare il legame fra territorio, natura e cultura su cui si fonda la storia dei popoli e delle comunità locali; è un legame che l’attuale fase economica, caratterizzata da un consumismo esasperato che chiama col verbo ‘valorizzare’ la trasformazione immediata di qualsiasi cosa in denaro, ha drammaticamente distrutto”.
Alle volte il costruire sembra l’unica soluzione per uscire dalla crisi. Come bloccare il consumo di altro suolo?
“Si costruisce e le case restano vuote, ma i senza tetto sono ancora tanti; ecco un altro paradosso che nasce da una speculazione economica senza orientamento etico. La risposta è semplice: riqualificare e riutilizzare il patrimonio edilizio esistente, senza espandere a dismisura periferie anonime e socialmente destrutturanti”.
La troppa urbanizzazione presenta il conto: cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico…
“Ricoprire fino all’ultimo centimetro quadrato di suolo urbano con un manto mortifero di asfalto bituminoso ne uccide ogni qualità e rende l’ambiente urbano poco vivibile e poco adattabile ai cambiamenti climatici. Se poi ciò avviene in aree idrogeologicamente delicate, il disastro è inevitabile: è solo questione di tempo. Mantenere il massimo di naturalità negli spazi liberi interni al tessuto urbano, favorire il deflusso e il riciclo delle acque meteoriche attraverso i cosiddetti ‘water garden’, aver cura della continuità del reticolo idrologico a monte e a valle del tessuto urbanizzato, rende le città più vivibili e più sicure anche di fronte ai cambiamenti climatici”.
Papa Francesco ci ricorda che è compito del cristiano custodire il creato. Da dove cominciare perché l’impegno si concretizzi?
“Noi ci siamo auto definiti ‘homo sapiens’, ma la sapienza non è solo intelligenza, ci vuole anche il cuore. Noi cristiani dovremmo più degli altri aver cura del creato che ci è stato affidato, governarlo con responsabilità perché ne goda tutta la popolazione mondiale e non solo la minoranza più ricca; perché possano goderne le generazioni future alle quali Dio ci ha chiesto di consegnarlo migliorato, e non minacciato, dalla nostra opera. Noi dovremmo essere il fondamento di una umanità che, liberata dall’ossessione del consumo, sappia riconoscersi come un’unica famiglia responsabilmente impegnata nella custodia e nell’abbellimento della casa comune che Dio ci ha donato”.

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