Il colore prima del blu – puntata 34

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
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Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

Sul pullman che porta in città, Anna osserva il mare che si allontana dietro di noi. Il signor Alfredo mi ha concesso di saltare il servizio del pranzo per recuperare la visita del lunedì.
‹‹Non vedo l’ora di conoscere tua madre,›› mi dice.
‹‹Già,›› le rispondo pensieroso.
Distoglie lo sguardo dal panorama e si gira verso di me.
‹‹Hai trovato il tuo sogno.›› Mi fissa con uno sguardo debole, poi continua: ‹‹E non me lo hai detto.››
Lo dice come se non fosse passata la notte e i dialoghi del giorno prima fossero ancora sospesi. Le mie labbra si muovono mute. Il suo sguardo è cambiato, ora, e scopro un leggero rancore in lei.
‹‹Non te l’ho detto prima perché ancora non lo sapevo. L’ho capito soltanto ieri, davanti al film,›› balbetto.
‹‹Io c’entro con il tuo sogno?››
‹‹Sì che c’entri! Tu mi hai liberato da…›› non so continuare e lascio la frase addormentarsi al dondolio del pullman. Anna torna a guardare fuori dal finestrino e sembra abbia perso interesse per il mio discorso. Riprendo a parlare, restituisco significato alla frase, e dico: ‹‹Tu mi hai reso libero e hai mantenuto la tua promessa: mi hai fatto ritrovare il mio sogno,›› ma la voce è uscita come un soffio e il cigolio degli ammortizzatori sorpresi da una buca l’hanno nascosta ad Anna. Guardo dall’altra parte della strada, ci sono dei cavalli. Strano incontrare cavalli su queste strade, sto per dirlo ad Anna, ma è già troppo tardi: ormai sono lontani e tengo per me questa piccola emozione.

Lei è sempre lì, immobile, alla finestra. Conta le barche che passano lente sull’orizzonte. Quelle che si avvicinano sono venute a farle visita, a portarle notizie del marito. Le hanno detto che si trova in un’isola lontana, dove ci sono palme che toccano il cielo per quanto sono alte, pappagalli coloratissimi, uomini che cacciano ancora con le lance. Lui sta facendo uno dei servizi fotografici più affascinanti di sempre. Ha quasi finito e tornerà presto. Il suo sguardo è fisso sull’orizzonte e non si è mai voltata a guardarci. La mia mano è sulla sua spalla e lei la tiene stretta. Anna è vicino a me e piange. Questa volta ascolto le fantasie di mia madre e non la contraddico. Non voglio che si ripeta la scena dell’ultima volta. Per il momento preferisco lasciarla in questo suo mondo immaginato.

Quando è ora di andare, Anna si avvicina a mia madre, la accarezza e le dice:
‹‹Ci vediamo presto, signora.››
Io le sussurro un «Ciao» e poi prendo la mano di Anna e ce ne andiamo.

Sull’autobus i nostri sguardi sono lontani e abbassati. Le nostre mani non si sfiorano. Il respiro è sospeso. Si fa buio fuori, lungo la strada, e non c’è nulla da vedere se non il nero della notte, ma meglio guardare il nulla che è fuori piuttosto che quello che sta dentro i nostri cuori.
Si accende una luce in una camera dell’Hotel Riviera. Le altre sono tutte addormentate. Le osservo mentre ci allontaniamo dalla fermata del bus che ci ha riportato a casa. Anna è muta. Il suo silenzio mi infastidisce, ma la giustifico immaginando che sia ancora scossa per la visita a mia madre.
‹‹Non è un bel posto quello, vero?›› dico per cercare di farla parlare.
‹‹Ah! Lo sai anche tu… Quindi non c’è bisogno che qualcuno te lo dica,›› mi risponde fingendo una risata.
‹‹Perché fai così, adesso?›› chiedo allargando le braccia.
‹‹Tu vuoi fare il grande regista e tua madre sta impazzendo là dentro…›› mi dice indicando un punto lontano dietro di me. ‹‹Complimenti!›› aggiunge battendo le mani come una foca.
‹‹E allora? Cosa dovrei fare? Starmene tutto il tempo là dentro con lei?››
‹‹Non è questo! Certo che no!›› mi risponde seria.

Mi avvicino, non voglio continuare il discorso. Provo a baciarla, ma fa resistenza. Ci provo più volte. La prendo per un braccio e la strattono. Le rubo un bacio. Lei mi restituisce uno schiaffo.
‹‹Cos’hai?›› le chiedo infuriato.
‹‹Sei proprio come tuo padre.››
‹‹Lascia stare mio padre. Smettila! Lui che c’entra?›› Questa volta sento i muscoli del viso tesi e il cuore che prende a battere più velocemente.
‹‹Tuo padre era un bastardo! Hai visto in che stato ha ridotto tua madre? E tu ti stai comportando allo stesso modo!››. Anna urla e singhiozza. La guardo come se la vedessi per la prima volta e improvvisamente mi appare estranea.
‹‹Non ti permettere! Non ti permettere di giudicare mio padre! Chi sei tu? Che ne sai di noi?›› sbotto mentre Anna si allontana. Arriva fin sotto l’hotel.
‹‹Non si realizzano i sogni distruggendo le vite degli altri. Cosa stai facendo per tua madre? Niente! La stai facendo morire in quel posto che puzza di merda e non hai neanche provato a ribellarti! Sei senza palle! E uno così è meglio non averlo nemmeno come amico,›› mi urla Anna dall’alto dei gradini dell’hotel.
‹‹E tua madre allora che ti ha abbandonato davanti a una chiesa? Lei sì che ha avuto le palle! Vero? Lei sì!›› le urlo mentre mi chiude la porta dell’hotel lasciandomi in bilico sul gradino dell’ingresso, raggiunto troppo tardi per poterla afferrare. Resto lì. Mi siedo. Ho la testa fra le mani. Ettore il portinaio deve rientrare, mi fa un cenno, mi sposto. Dopo un po’ mi alzo e me ne vado.

La disperazione è una notte insonne e fredda che violenta la coscienza. Le frasi si ripetono cupe. Mio padre è stato un egoista. I suoi sogni sopra di noi. ‹‹Bastardo!››, questa è la parola che ha usato Anna. Accendo la lampada sul comodino, illumina il fermacapelli. Allungo la mano e lo ficco nel cassetto. Domani Anna lo ritroverà sul tavolo del ristorante. È finita la storia con lei. Nessuno può giudicare mio padre. Apro la finestra e un’aria fresca si impossessa della mia camera. Stringo i pugni, guardo verso la spiaggia. La nebbia impedisce l’accesso al mondo, ma dal rumore delle onde che sbattono sul fondale sabbioso percepisco l’inquietudine del mare. Nessun mare è calmo per troppo tempo, nessun cuore è quieto all’infinito. Apro il cassetto, osservo il fermacapelli sopra il libro sul cinema. I ricordi delle ultime settimane mi offuscano i sentimenti: Anna, ti odio e ti desidero. Quando in mare c’è nebbia, la luce del faro non aiuta più i marinai a orientarsi e così viene emesso un suono, lugubre e tormentoso, ma salvifico. Ne esiste uno anche per l’anima?

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