Verso Firenze, “la città inclusiva? Non espelle e non respinge”

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DananiDi Gianni Borsa

La “progettazione” e “costruzione” di un nuovo umanesimo, al passo con i tempi, ha a che fare con i modelli di sviluppo urbano? Il tema è posto al centro del trentacinquesimo convegno dell’Istituto “Vittorio Bachelet” che si svolge alla Domus Mariae di Roma il 6 e 7 febbraio. Fra i relatori figurano l’urbanista Luigi Fusco Girard, il giurista Gian Candido De Martin, il sociologo Mauro Magatti, l’arcivescovo di Oristano mons. Ignazio Sanna, il presidente nazionale dell’Azione cattolica Matteo Truffelli. Carla Danani, docente di filosofia politica e di filosofia dell’abitare all’Università degli Studi di Macerata, è membro di giunta del Centro di studi filosofici di Gallarate: al convegno svilupperà una riflessione su “la città come luogo dell’abitare”.

Professoressa, il titolo del convegno “Bachelet” pone in relazione il tema della città, appunto “luogo dell’abitare”, con il nuovo umanesimo: è evidente il rimando al Convegno ecclesiale di Firenze. È così importante lo “spazio” in cui si svolge la vita delle donne e degli uomini di oggi?
“Non si deve mai dimenticare che l’essere umano è ‘coscienza incarnata’: non si può dire che ‘ha’, ma si deve dire che ‘è’ anche corpo. Perciò inerisce costitutivamente allo spazio e – per questo – la relazione con i luoghi, spazi con proprie caratteristiche definite, entra quindi tra i fattori decisivi della qualità della vita umana”.

Ripensare l’ambiente in cui vivono le persone (lo sviluppo urbano) significa, di fatto, riflettere sul profilo della persona umana, con tutte le sue implicazioni: relazionali, sociali, economiche, politiche… Si muove anche in questa direzione il convegno di Roma?

“Il convegno ha scelto il profilo dell’‘umano intero’, intrecciando questioni teoriche e prospettive pratiche, dimensioni della spiritualità e della concretezza materiale. D’altra parte il modo in cui si pensa il mondo è un fattore della possibilità e della qualità della sua trasformazione, così come ogni pratica concreta è anche un contributo a meglio comprendere la realtà. Cercare di affrontare la questione della dignità dell’umano nella complessa multivocità delle prospettive che la costituiscono è un modo sincero di rendere onore al mistero dell’umanità”.

È ancora possibile fissare, per così dire “a tavolino”, delle regole, o almeno delle linee direttrici (sul piano filosofico oppure su quello legislativo) che orientino lo sviluppo della realtà urbana, in modo da influire positivamente sulla vita dei cittadini? Tanti tentativi di progettazione territoriale sembrano essere andati a vuoto… 
“Credo che si tratti sempre di mettere in esercizio capacità di ascolto (delle altre persone, degli esperti, della memoria, dell’elemento naturale…) e assunzione di responsabilità. La buona pianificazione è quella che sa essere un percorso di interpretazione del processo di territorializzazione, e non una imposizione di visioni egemoniche. Si tratta di ragionare per scenari strategici, di confrontarsi su questi con franchezza misurandone l’autosostenibilità, e di abbandonare una considerazione meramente economicista del territorio: che tutto riduce a merce, a strumento di ricchezza. C’è qualcosa da preservare come ricchezza in sé”.

La politica conserva, in tal senso, un possibile ruolo di programmazione?

“La politica deve riprendersi, in questo senso, un ruolo importante: può essere come il ‘lubrificatore’ per costruire un patto sociale condiviso in direzione di un abitare fecondo, solidale, capace di innovare”.

Si parla spesso – e vi si concentra anche l’appuntamento del “Bachelet” – di inclusività. Verso chi e come dovrebbe essere inclusiva una città?

“Un famoso motto diceva che ‘l’aria della città rende liberi’: ora la libertà, come sappiamo, non è solo autodeterminazione, bensì anche autorealizzazione e relazione. Nel senso che la libertà di ciascuno inizia (e non finisce!) dove inizia quella degli altri. Nella città, che è il luogo della moltiplicazione delle differenze, le relazioni sono sempre più complesse: non si deve temere di riconoscere questa difficoltà! La città che cerca l’omogeneo, però, ha già perso la sfida con se stessa. Una città è inclusiva, da un lato, se non è ‘espulsiva’: cioè se riesce a costruire un tessuto che faccia sentire chi la abita, per quello che è, parte vitale di essa, sostenuto anche nei momenti di difficoltà (malattia, fallimenti…). Ed è inclusiva, d’altro lato, se non è ‘respingente’: cioè se resta accogliente verso chi sopraggiunge. Se la chiusura tribale è colpevole in quanto indifferente alla dignità dell’umano che chiede riconoscimento, il buonismo di chi non fa i conti con i limiti di risorse emotive, psicologiche, morali e materiali di una popolazione è pericoloso. I processi di inclusione non sono scontati: devono essere voluti, progettati, spiegati, accompagnati, condivisi”.

Ambiente naturale e ambiente umano: il Papa sta preparando un’enciclica su questo argomento. Se potesse inviare un paio di suggerimenti a Bergoglio?

“Bergoglio è un uomo che sa accarezzare le rughe della terra, possiamo solo assicurargli che incrocerà, con calore, altre mani”.

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