A tu per tu con Natalina, figlia di una storica “retare”

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Natalina

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La storia della città portuale di San Benedetto ha visto come protagonisti non solo uomini, ma anche donne. Un tempo animavano la vita del porto le famose “retare”, le donne che facevano le reti per i pescherecci. Oggi , le macchine hanno preso il posto di queste donne e il loro mestiere è morto. Il loro ricordo, però, rimane ancora vivo perché questo impegno ha dato lavoro a tantissime famiglie sanbenedettesi diventando uno dei simboli identificativi della nostra città. Per questi motivi oggi ho voluto intervistare Natalina, figlia di Maria, una delle storiche retare di San Benedetto che mi ha raccontato la bellissima storia della sua famiglia, facendomi compiere un vero e proprio tuffo nel passato.

“Quando servivano le reti in pochi giorni, i pescatori si rivolgevano a mia mamma perché era una delle retare più brave.
Vinse anche una medaglia d’oro per la sua abilità. Lei lavorava in casa, la nostra cucina era invasa dallo spago delle reti. Io, già alla tenera età di 7anni, davo una mano a mamma. Lei mi faceva intrecciare le ultime 20maglie e poi lei le riuniva alla sua per completare la rete. Ogni rete era formata da più di cento maglie. Lavoravamo anche di notte per rispettare le consegne. Era una fatica enorme ma mamma è sempre stata una battagliera e non si perdeva mai d’animo. Quindi lavoravamo 24 ore su 24. Lavoravamo così tanto perché la nostra famiglia, in quegli anni, fu colpita da un grande danno economico. Mio padre era proprietario di alcuni pescherecci e d’estate andava a lavorare lungo le coste della Tunisia. Un’estate, però, fu arrestato per diversi mesi e gli furono confiscate tutte le sue imbarcazioni.
Così ci trovammo senza barche e senza lavoro.
Fummo costretti a riprendere i pescherecci perché si sa, niente imbarcazioni, niente lavoro! Pagammo 12milioni di lire che, a quell’epoca, erano una grandissima somma.
Quindi, nel periodo in cui babbo era in galera , se mamma non avesse aumentato la quantità del suo lavoro sbrigandosi a fare le reti non avremmo potuto mangiare, perché era quella la nostra unica fonte di guadagno. La notte lavoravamo al buio perché mamma non voleva accendere la luce per non far capire a tutta San Benedetto che eravamo costretti a lavorare anche di notte, in quanto colpiti da una forte crisi economica; all’epoca eravamo conosciuti come una famiglia benestante di armatori. Inoltre, per non far sapere ciò, Io continuai a studiare dalle suore dove la retta era molto alta rispetto alle altre scuole. In quel periodo mamma fece tantissimi sacrifici per non farmi cambiare scuola! Insomma, teoricamente avevamo le barche ed eravamo benestanti ma in pratica non avevamo più niente. Quindi, anche per questi motivi, aiutavo sempre mamma a fare le reti. Un altro motivo per cui dovevamo lavorare sodo era legato al fatto che mamma mi aveva comprato il corredo e doveva pagarlo. Per invogliarmi a lavorare mi diceva sempre “ io l’ho comprato, ora dobbiamo pagarlo”. Io, che ero molto piccola, ancora non capivo cosa significasse esattamente, ma le davo retta.
Io, nonostante le difficoltà di questo mestiere, ero davvero entusiasta di lavorare con lei! Era un attività che mi affascinava e mi piaceva molto. Adoravo l’odore dello spago che sentivo dentro casa mia.
Amavo questo lavoro anche se non era facile, richiedeva fisico ma anche testa perché bisognava fare i conti e vedere quante maglie servivano per comporre la rete, sembrava una cosa facile ma non lo era.
Non vedevo l’ora di andare al porto, prendere lo spago e tornare a casa per iniziare a fare la rete. Una volta finita la rete tornavamo al porto per consegnarla a chi ci aveva commissionato il lavoro.
Ci spostavamo con il carretto. Quando mamma mi metteva a sedere su questo carretto a me sembrava di salire sulle giostre, era una sensazione bellissima.
Lungo il tragitto da casa al porto , mentre passavamo sotto il pontino ,mamma mi chiedeva sempre “Tali fa mpu lu cunt. Fa mpu 150 per 75.” Io inizialmente non capivo il motivo della richiesta,pensavo che volesse controllare se ero brava a scuola, nonostante ciò le davo ugualmente la soluzione.
Ogni volta che andavamo al porto, puntualmente mamma mi chiedeva di fare le moltiplicazioni. Arrivate al porto, incuriosita, ascoltavo le persone che erano li che parlavano sempre di cifre e non capivo il perché. Iniziando a crescere, la situazione mi divenne chiara. Tutte quelle cifre che sentivo si riferivano alla retribuzione che veniva data alle retare in cambio della rete.
Con il passare del tempo iniziai a notare che la paga era sempre inferiore rispetto alla mia moltiplicazione, subito pensai che non ero stata brava a fare i calcoli, mala cosa mi sembrava strana perché a scuola ero molto brava.
Per stabilire l’ammontare della paga le reti venivano pesate su delle grandi bilance. Nella stanza adiacente a quella delle bilance c’era l’ufficio del ragioniere Giuseppe che consegnava le retribuzioni.
Ogni volta vedevo che queste paghe erano sempre inferiori rispetto al dovuto. Con il tempo lo dissi a mamma. Glielo ripetevo ogni volta che andavamo al porto e lei mi rispondeva sempre: ”Zitt. Chell che sint sint chell che ved ved, sennò co te non mi ci port più saa”. Allora io iniziai a dirle che non volevo più vedere il signor Giuseppe e lei mi rispondeva: ” Non fa la sfacciata! Chell che sint sint, chell che ved ved! Qua abbiamo da paga le lenzola”. E io stavo zitta. Un giorno, dopo l’ennesima volta che si ripeteva la stessa storia, stufa di vedere che mamma veniva pagata meno del dovuto, presi una balla di spago e la utilizzai per arrivare all’altezza del banco del ragioniere dicendogli: “Giuse, tu vai all’inferno”.
Allora Giuseppe, rivolgendosi a mamma “Marii nun te la porta piu chessa”. Mamma me ne disse di tutti i colori “ i te lo so dette, tu co me non ci vie piu! Io sott ditt chell che sint sint chell che ved ved”.
Mentre stavamo andando via, vidi le sudentrine entrare che venivano a portare le loro reti. Le portavano in testa. Posarono le reti e ricevettero lo spago per fare altri lavori.
Erano tutte carine e gentili con il signor Giuseppe.
Allora io rientrai li e dissi a Giuseppe: ” Giuse noi grazie non te lu potemi di” e poi uscii. Durante il tragitto per tornare a casa mamma ricominciò a dirmi “ io non ti porto piu!
Le lenzola non te le compro piu”.
Nella via dove abitavamo vivevano tantissime retare. A me piaceva molto osservarle e ascoltare quello che dicevano.
Dai loro discorsi capii che, per guadagnare di più, prima di andare al porto a riconsegnare le reti, le bagnavano in modo da farle risultare più pesanti. Subito lo raccontai a mamma. Un giorno notai che mamma aveva messo uno straccio sopra la balla di rete.
Le chiesi il perché e lei mi rispose “ iss ci ruba da na parte ma nu scem imparat da natra”. Capii che quello straccio serviva per bagnare la rete come facevano le altre retare.
Facemmo tutti i lavori possibili, sia per necessità che per passione. Poi negli anni smettemmo di fare le reti perché le macchine ci sostituirono. Mamma, per amore di questo lavoro, continuò comunque a fare la rete fino ad una settimana prima di morire. Aveva più di 80anni! Un’intera vita passata a fare reti.

One thought on “A tu per tu con Natalina, figlia di una storica “retare”

  • 4 febbraio 2015 at 14:18
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    Bella testimonianza. Grazie Natalina!

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