Nulla è come prima per “Charlie Hebdo”

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CherlieQuanto è accaduto a Parigi, al di là di ogni propaganda e/o forzata interpretazione, è stato un dramma collettivo. Per questo noi non abbiamo mai scritto “Je suis Charlie”. Piuttosto abbiamo preferito scrivere “Io sono Charlie, ebreo, poliziotto e musulmano”. Un’esplosione di violenza merita una condanna senza appello, ma al tempo stesso, dopo l’emozione del momento, ridà voce e sostanza ai pensieri più profondi. Ad esempio, alle espressioni di rispetto verso le diverse sensibilità religiose, espresse da Papa Francesco durante il suo viaggio in Asia. In fondo è una regola semplicissima che ciascuno di noi, a suo modo, vive nel quotidiano. È il limite del rispetto per l’altro che ci impone, a volte, di morderci la lingua per non procurare un’inutile ferita all’altrui sensibilità.

In queste ore i disegnatori satirici di “Charlie Hebdo” fanno fatica a preparare il secondo numero della loro rivista dopo l’edizione da 7 milioni di copie vendute, con Maometto in prima pagina. Certamente anche loro si stanno chiedendo cosa fare. Questa loro pausa di riflessione dice molto più di quanto possano esprimere le interviste e le espressioni pensose. Ogni trauma ha bisogno di essere metabolizzato e bisogna accettare la prospettiva che induce al cambiamento. Il solo prendere atto che non si è più quelli di prima, che qualcuno non condivide più la stessa avventura, che le condizioni esterne sono profondamente mutate, che la realtà è all’improvviso ingovernabile, che le reazioni sono sproporzionate, che la ferita nel proprio cuore fa fatica a rimarginare, che bisogna governare la paura… ebbene tutto questo è puro, micidiale realismo. Anche la satira, e chi la produce, deve fare i conti con il realismo. Quel realismo che sa bene come anche la punta di una matita si può spezzare…

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