Don Vincent Ifeme: “l’acqua che Gesù chiede a noi è l’acqua della nostra fiducia”

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DIOCESI – Nei giorni scorsi è stata celebrata la settimana di preghiera dell’unità dei Cristiani.
Nella nostra diocesi si è tenuto un incontro nella  Parrocchia di Acquaviva Picena con Don Vincent IfemeDirettore Ufficio di Ecumenismo e Dialogo Interreligioso.
Per capirne il significato di questa importante ricorrenza abbiamo chiesto a Don Vincent: Perché celebrare la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani?

Don Vincent: “Il tema e la proposta di preghiera di questo anno arrivano dal Brasile e ci portano a sederci tutti intorno al pozzo di Giacobbe: forse affaticati per il viaggio, come Gesù, forse incuriositi, turbati, confusi, ma allo stesso tempo aperti alla conoscenza di quell’uomo capace di un discorso chiaro e profondo, come succede alla donna di Samaria.

Viaggio, sole cocente, stanchezza, sudore, sete … “Dammi un po’ d’acqua da bere”. Questa è una delle richieste primarie di tutti gli esseri umani. Dio che diviene umano in Cristo (cfr. Gv.1,14) e svuota Se stesso per condividere la nostra umanità (cfr. Fil 2, 6-7) è capace di chiedere alla donna samaritana: “Dammi un po’ d’acqua da bere” (Gv.4,7). Al contempo, questo Dio che viene ad incontrarci, offre l’acqua viva:  “… l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente che dà la vita eterna” (Gv.4,14).

L’incontro tra Gesù e la Samaritana ci invita ad assaporare l’acqua da diversi pozzi e anche a offrirne un poco della nostra. Nella diversità, infatti, tutti ci arricchiamo vicendevolmente. La settimana per l’unità dei cristiani è un momento privilegiato di preghiera, di incontro e di dialogo. È l’occasione per conoscere la ricchezza e il valore presenti negli altri, in chi è diverso da noi, e per chiedere a Dio il dono dell’unità.

Ricordiamo che il gesto biblico di offrire acqua a chiunque arrivi (cfr. Mt 10,42) è un modo di dare il benvenuto e di condividere, ed è una usanza diffusa in tutte le culture … in alcune culture africane (ad es. Igbo) non si nega mai l’acqua da bere a chi la chiede, chiunque  egli sia.

Questa pericope ci aiuta  a realizzare la dimensione dialogica e unitaria del piano di Gesù: il regno di Dio. Questo brano evangelico presenta l’importanza per ciascuno di noi di conoscere e comprendere la propria identità, cosicché l’identità dell’altro non sia vista come minaccia. Se non ci sentiremo minacciati, saremo in grado di sperimentare la complementarità dell’altro. Nessuna persona, nessuna cultura, da sola, è sufficiente. Pertanto, l’immagine che appare dalle parole “Dammi un po’ d’acqua da bere” è un’immagine che parla di complementarità: bere l’acqua dal pozzo di qualcun altro è il primo passo per sperimentare il modo di essere e giungere ad uno scambio di doni che arricchisce. Laddove i doni degli altri vengono rifiutati, viene causato molto danno alla società e alla Chiesa.

Nel testo di Gv.4, Gesù è il forestiero che arriva stanco e assetato. Ha bisogno di aiuto e chiede dell’acqua. La donna si trova nella sua terra; il pozzo appartiene alla sua gente, alla sua tradizione. È lei che tiene il secchio e ha accesso all’acqua ed anche lei è assetata. I due si incontrano e quell’incontro offre un’opportunità inattesa per entrambi. Gesù non cessa di essere Ebreo perché ha bevuto dall’acqua offerta dalla Samaritana, e lei rimane ciò che è mentre abbraccia la via di Gesù.

Quando riconosciamo che tutti abbiamo delle necessità, la complementarità prende corpo nella nostra vita in un modo più ricco. “Dammi un po’ d’acqua da bere” presuppone che sia Gesù sia la Samaritana chiedano ciò di cui hanno bisogno,  l’uno dall’altra. “Dammi un po’ d’acqua da bere” ci insegna a riconoscere che le persone, le comunità, le culture, le religioni e le etnie hanno bisogno le une delle altre e ci insegna a ricevere ciò che è prezioso per il bene dell’umanità e della sua salvezza.

“Dammi un po’ d’acqua da bere” implica un impegno etico che riconosca il bisogno gli uni degli altri per realizzare la missione della chiesa. Ci spinge a cambiare il nostro atteggiamento, ad impegnarci nel cercare l’unità nella nostra diversità, aprendoci ad una varietà di forme di preghiera e di spiritualità cristiana.

In Gesù seduto presso il pozzo, affaticato per il viaggio, noi ci ritroviamo dunque: quanto spesso anche noi sediamo affaticati, nelle nostre chiese, nelle nostre parrocchie, nei nostri gruppi o gruppetti (quasi sétte), nelle nostre famiglie o nelle piazze dove si sviluppa la nostra quotidianità; quanto spesso anche a noi sembra di non avere più quella forza (o motivazione) necessaria per il cammino, forse nemmeno il desiderio di camminare, la spinta propulsiva capace di rimettere in moto.

Ricordiamo: “dammi da bere”: a chiedere dell’acqua è il Signore stesso; è il Figlio di Dio fatto uomo; è Colui che i cieli dei cieli non possono contenere, Colui per mezzo del quale tutte le cose sono state create, Colui che non ha né inizio né fine, Egli chiede da bere alla donna di Samaria, una donna (e che donna poi? Perfetta? Esemplare? Come primo impatto ci si può concentrare in un giudizio negativo sulla donna e ci si chiede: in quale condizione si trova la donna? Avevano questi suoi 5 mariti chiesto il divorzio? Era vedova? Era regolare? Aveva figli? Ecc. Ma Gesù non insiste sull’interpretazione morale della sua risposta, piuttosto sembra volerla condurre oltre), a me, a te, a ciascuno di noi. È Dio che si fa uomo fino in fondo, al punto da far Sua la nostra sete, al punto da condividere quella sete di certezze che è tipica dell’esistenza di ognuno di noi. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che sul cammino dell’unità non siamo soli; significa che il desiderio di intravvedere il traguardo di una comunione sempre più piena non è un desiderio solo nostro o di chi si spende per l’ecumenismo e il dialogo tra i discepoli di Gesù; no, è il Maestro stesso che condivide questo cammino, è Egli stesso che lavora, spinge, incoraggia, prega affinché questo traguardo si avvicini. E l’acqua che Gesù chiede a noi è l’acqua della nostra fiducia.

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