La cravatta di Alexis e la tuta di Franz

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tspiop

Alexis Tsipras, vincitore delle elezioni greche, non mette mai la cravatta. Ne ha fatto un simbolo al contrario. La cravatta rappresenta un ordine precostituito, fa pensare ai banchieri, alla burocrazia, forse persino all’odiata troika che impone sacrifici al suo popolo e che agita lo spauracchio del debito pubblico. Tsipras non ha sottomano una ricetta sicura per risolvere i gravi problemi economici del suo Paese, ma i suoi connazionali credono in lui.
Anche Franz Müller, operaio tedesco, non mette mai la cravatta. Alle 5 e mezza del mattino indossa la tuta da lavoro, sale sulla sua Volkswagen, percorre 110 chilometri per recarsi in fabbrica, nei pressi di Francoforte. È convinto che valga la pena fare tutti questi sacrifici per avere un lavoro sicuro, una bella casa per la sua famiglia, una buona scuola per i figli. E un Paese solido, dove debito pubblico e disoccupazione di fatto non sono un problema.
Alexis e Franz sono – ciascuno per parte sua – due volti europei.
Franz, i tedeschi e la loro Angela Merkel forse non risultano simpatici a molti europei, ma a casa propria hanno costruito, a forza di sacrifici, un benessere diffuso, un’economia stabile, una nazione fondata su regole certe e condivise (e per lo più rispettate). Un Paese in cui, non senza malumori e inciampi, prevale l’inclusività e dove la solidarietà sociale è consentita da un welfare col portafoglio ancora discretamente imbottito.
Alexis dal canto suo dice – e non senza ragioni – che il suo popolo ha subito una feroce austerità in seguito alla crisi del debito sovrano. La penisola ellenica ha sfiorato il tracollo sociale in nome di riforme imposte dai creditori esteri. Che sono anche quegli stessi che negli ultimi anni hanno salvato Atene dalla bancarotta e dalla conseguente (di solito, purtroppo, succede) guerra civile. Tsipras, con la sua Syriza che ha stravinto le elezioni parlamentari di domenica 25 gennaio, promette: basta rigore, rinegozieremo gli accordi con la troika Ue-Bce-Fmi. Ma dovrà anche spiegare all’intera Europa come farà a sistemare 320 miliardi di debito e come potrà rimborsare quei 240 miliardi che proprio la vituperata Europa ha fornito in poco tempo alla Grecia per scansare l’orlo del precipizio. Anche questa è democrazia. Democrazia economica conseguente allo stare dentro un patto che non è una catena di ferro, ma una scelta politica condivisa. Costosa? Certo, come tutte le scelte democratiche che non sono mai a costo zero.
Ora che la campagna elettorale e il voto sono alle spalle, e in una fase di ripresa economica e occupazionale che la Grecia comincia ad assaporare, consentita in buona parte dai quattrini giunti da Bruxelles, Tsipras farebbe bene (con cravatta o senza, non importa) a partire per un tour delle capitali europee. Rassicurando i creditori (Germania, Francia e Italia in testa) che manterrà fede agli impegni internazionali, pur proponendo una sua, originale, inedita e – si spera – efficace ricetta per rilanciare la Grecia. Così, e solo così, Syriza avrà davvero vinto le elezioni. E con lui avrà vinto l’Europa delle democrazie e dei popoli.

p.s.
Dedicato ai soliti politici entusiasti: adesso non toglietevi tutti la cravatta. Anche perché la storia ci ha consegnato galantuomini in cravatta e cappotto (vedi Enrico de Nicola primo presidente della Repubblica italiana) che amavano la giustizia sociale più di ogni altra cosa. E anche masanielli irresponsabili e pericolosissimi per i loro popoli.

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