Il colore prima del blu – puntata 30

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Il colore prima del blu


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Anna si cala dalla finestra della sua camera. È appesa al cornicione. La attendo con le braccia tese in alto.

‹‹Lasciati andare. Ti prendo io,›› le dico. Le sue mani allentano la presa e il suo corpo viene giù a peso morto. Non riesco a trattenerla e cadiamo all’indietro. Da terra mi fa uno sguardo di dolce rimprovero. Ci affacciamo verso la hall per vedere se Ettore il portinaio si è accorto di qualcosa, ma è lì che legge un libro. Come sempre.

Il cancello del cimitero è socchiuso. Lo spalanco. Stridore di ferri arrugginiti. Un uccello si alza in volo tra gli alberi. Anna si aggrappa al mio braccio.

‹‹Hai già paura?›› le chiedo ridendo per nascondere la mia. La breccia rumoreggia sotto i nostri passi. Un suono acuto ci colpisce da dietro trascinandosi un riverbero di diversi secondi. Ci giriamo. Il cancello è chiuso. Corro verso l’uscita. Provo a tirarlo, poi lo spingo. Non si apre. Anna mi supplica di tornare da lei. Abbiamo dimenticato le torce. Lampade votive e luna piena illuminano timidamente le stradine che conducono al centro del cimitero.
‹‹Una voce! Ho sentito una voce di bambino,›› sussurra Anna.
‹‹Una che?›› chiedo.
‹‹Ssssst! Di nuovo! La senti?››,
‹‹Sì, ora sì,›› bisbiglio.
Sordi rumori di oggetti che cadono accompagnano i lamenti. Anna mi blocca tenendomi la spalla. Due gatti spuntano da dietro l’angolo. Si rincorrono miagolando. Tiriamo un sospiro di sollievo.
‹‹Andiamo!›› dico.
Il centro del cimitero è davanti a noi. È un campo di croci. In mezzo, una donna con un mantello nero ha le braccia alzate verso la luna. È Emma, la riconosciamo subito. Ci avviciniamo lentamente. Emma non ci nota. La sento fare invocazioni. Prende una candela e la accende. Si gira. Il suo volto illuminato dal basso appare malvagio. Dietro di lei, la sua ombra si allunga fino ai confini del cimitero.

«Dimenticate Padre Candido,» bisbiglia. Un gatto, il suo, compare sotto i suoi piedi. Ha il pelo ritto e la coda alzata. «Il sapere non sempre è concesso e a voi, ragazzi, non è dato sapere.» La voce sussurrata è un freddo vento che mette i brividi. Io e Anna, per un istante, ci guardiamo perplessi. Il gatto fissa su di noi i suoi occhi luminosi.
«Non si cerca ciò che non si troverà mai!» Alza la voce sul “mai”, Emma, e ci fa saltare dalla paura.
Sembra che voglia dire altro, ma le ultime parole si mimetizzano nel verso raccapricciante del gatto. Poi è silenzio. Il gatto fugge via e Emma cade a terra. D’istinto vado verso di lei, ma Anna mi ferma per un braccio. La candela si spegne. La luna scompare e il buio ci investe. Anna mi tira via. Corriamo. Gli unici rumori ora sono quelli della breccia e del nostro fiatone. Cadiamo a terra. Ci rialziamo.

‹‹Non mi lasciare la mano, non mi lasciare la mano!›› mi urla Anna cercandomi nel nero della notte. Afferro il suo braccio che si dimena alla ricerca del mio contatto. Dei passi si avvicinano lenti. Sentiamo la breccia schiacciarsi. Scavalchiamo il cancello. Il vestito di Anna resta impigliato su una sbarra appuntita. Non riesce a passare da quest’altra parte. La incito. Lei è bloccata. I passi sono sempre più decisi e forti. Mi arrampico. La strattono per un braccio. La maglietta si strappa. Siamo salvi. Ci pieghiamo in avanti per recuperare il fiato. Torna la luna. Una risata squarcia la notte. Ci guardiamo.
‹‹È Emma!›› dico.
‹‹Andiamo Michele, ti prego!››
Corro verso casa mia. Anna mi segue. Non sa dove la sto conducendo.

La paura è passata. I nostri corpi non tremano più. Basta un po’ di luce e di dolcezza a volte. Basta una casa: la propria. Accendo la luce dello studio di mio padre e lascio che Anna entri nel mio passato. Ci sediamo sul divano. Anna osserva la gigantografia di mia madre.
«È bellissima!» dice.
Fisso la foto dal basso, lo sguardo tenero della mamma ci conforta: trovo il coraggio per raccontarle il mio dolore. Le nostre lacrime si uniscono sul suo viso insieme alle nostre sofferenze. I baci sono salati ma addolciscono l’anima.
‹‹Mio padre è morto per il suo sogno. Era un uomo vero, coraggioso,›› concludo, e lentamente i ricordi si dissolvono e la loro immagine sbiadisce dietro un nuovo sogno: il mio. C’è Anna in questa nuova immagine.
‹‹Noi due staremo sempre insieme,›› le dico.
‹‹Non dire due,›› interviene sfiorando le mie labbra con un dito.
‹‹E come dovrei dire? “Noi uno”?››
‹‹Sì, perché ormai siamo una cosa sola. Due sogni, il mio e il tuo. Due passioni, la mia e la tua, in “noi uno”.››
Abbandonati sul divano, ci accarezziamo impacciati. Trovo l’interruttore sulla parete. La stanza si fa buia. Ci addormentiamo nel silenzio. Di tutte le parole dette restano gli abbracci.

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