Un Presidente che parli all’Europa e ai deboli

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ItaliaZenit Di Mons. Bruno Forte

Nell’approssimarsi dell’elezione del successore di Giorgio Napolitano, passaggio cruciale nella vita della Repubblica, vorremmo porre una domanda che non può non interessare tutti: che cosa attenderci dal nuovo Capo dello Stato? L’interrogativo è non solo legittimo, ma addirittura doveroso, dal momento che secondo il dettato costituzionale il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87), ed è quindi in una certa misura voce di ciascuno di noi, custode e garante dei nostri diritti e stimolo all’assunzione dei nostri doveri.

La risposta che vorrei dare si concentra su tre attese fondamentali, che mi sembrano prioritarie fra tutte: la prima è che il nuovo Presidente sia l’arbitro imparziale e credibile della dialettica democratica di cui vive il Paese; la seconda è che sia apertamente schierato dalla parte dei più deboli, a tutela della loro dignità e della promozione delle loro condizioni di vita e di partecipazione al bene comune; la terza è che sia di esempio e di incoraggiamento a tenere l’Italia aperta alla “casa comune europea” e sensibile alle giuste esigenze della mondialità.

Vorremmo, anzitutto, un Capo dello Stato al di sopra delle parti, non etichettabile come strumento dell’una o dell’altra fazione politica, capace di dare spazio alla voce di tutti, ma anche di far rispettare le indicazioni della maggioranza liberamente espressa dai cittadini. Questo non vuol dire necessariamente che la persona prescelta non debba avere alle sue spalle una storia di appartenenza o di militanza politica: che abbia esperienza nella mediazione richiesta dal servizio della “polis” può essere addirittura un vantaggio.

Questo non deve però significare che le sue scelte siano condizionate dalla forza in gioco cui possa aver dedicato nel passato il suo impegno di parte: il Presidente della Repubblica deve essere tale per tutti, rappresentante di tutti, tanto più autorevole quanto più saprà farsi interprete dei bisogni e delle attese delle diverse componenti della comunità nazionale, tanto dal punto di vista geografico-territoriale, quanto da quello socio-culturale, economico e spirituale. Ciò che deve stare a cuore del Capo dello Stato è l’ordinato svolgimento della vita democratica, inseparabile dalla tutela delle minoranze e dalla libera dialettica delle parti in causa. Di tutto questo dovrà essere garante e custode, avvalendosi della facoltà che la Costituzione della Repubblica conferisce alla suprema magistratura dello Stato e nei limiti che ad essa impone.

Vorremmo, poi, un Presidente che sappia servire in maniera privilegiata i più deboli: se è vero, come sostenevano don Loreno Milani e la sua Scuola di Barbiana, che “non c’è niente di più ingiusto che trattare i diseguali da eguali”, il Capo dello Stato dovrà essere attento alle disuguaglianze, vigile nel segnalarle, di stimolo nel superarle, perché cresca la distribuzione dei beni e dei servizi a vantaggio di tutti, e nessuno sia escluso dai diritti di cui da cittadino della Repubblica deve poter godere, da quello alla vita, alla casa e al lavoro, al diritto alla salute, allo studio e alla partecipazione alla vita politica e sociale del Paese. Ignorare le differenze significa di fatto giustificarle, specie quando esse si fondano su un’iniqua modalità di dare a ciascuno il suo.

Stigmatizzarle per stimolare il potere politico ad operare in vista del loro giusto superamento e vigilare perché alle parole seguano i fatti, è servizio di altissima responsabilità, cui il Presidente di tutti gli Italiani deve attendere con cura scrupolosa, avvalendosi di tutti i poteri e di tutti gli aiuti che la Legge fondamentale gli riconosce. Voce dei poveri, e proprio così voce levata in vista della crescita del bene comune, il Capo dello Stato sarà allora anche voce di chi ha di più, perché stimolare all’equa distribuzione dei beni vuol dire favorire la qualità della vita per tutti.

Vorremmo, infine, un Presidente dallo sguardo ampio e sereno, che sappia aiutare l’Italia a essere fedele alla sua naturale vocazione europea ed insieme che rappresenti efficacemente un Paese dalla straordinaria storia di civiltà, che tanto ha contribuito e deve contribuire a che i valori della tradizione ebraico-cristiana, del diritto romano e dell’Illuminismo europeo siano armonicamente coniugati a favore di ogni abitante del pianeta. Al tempo stesso, vorremmo un Presidente che sappia resistere alle pressioni di chi volesse far passare per diritto di tutti una pretesa opinabile e dal dubbio fondamento etico, e perciò un Capo dello Stato che sappia anzitutto difendere e promuovere il valore fondamentale della famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, aperta alla procreazione dei figli e grembo di autentica umanità e socialità responsabile.

Vorremmo un Capo dello Stato strenuo difensore della dignità di ogni essere umano, soprattutto se debole e indifeso, in ogni fase dello sviluppo della vita, dal suo concepimento fino all’ultimo respiro. Vorremmo un Presidente che riconosca l’altissimo apporto dei valori spirituali e religiosi alla crescita della civiltà e alla realizzazione del bene di ciascuno e di tutti, senza minimamente negare il diritto alla libertà di espressione di chi eventualmente non condividesse le convinzioni dei più, nel rispetto del diritto di ognuno, che sia maggioranza o minoranza nel Paese.

Vorremmo un Capo dello Stato che scommetta sui giovani, futuro di tutti, e promuova l’attenzione alle loro esigenze di formazione e di inserimento libero e responsabile nella vita lavorativa ed in quella sociale e politica. Ciò non potrà avvenire senza un’attenzione doverosa a chi è nella fase della cosiddetta terza età, stagione della vita che unisce l’accumulo di esperienza e sovente di saggezza a una maggiore fragilità, e perciò a un maggior bisogno di tutele e di provvigioni necessarie.

Nella convinzione che un’autentica religiosità possa coniugarsi con un assoluto rispetto della laicità, vorremmo un Presidente che sappia dar voce alla grande tradizione spirituale del nostro popolo, senza però che la sua voce possa essere percepita in alcun modo come incapace di esprimere l’unità della Nazione. Chi è credente, non potrà non chiedere a Dio di benedire l’Italia e di farlo anche attraverso la luce da dare a quanti dovranno scegliere con alto senso di responsabilità il successore di un Capo dello Stato all’altezza del suo ruolo, qual è stato Giorgio Napolitano. In gioco c’è il futuro di tutti e il bene della nostra Patria, che è inseparabilmente il bene di ciascun Italiano.

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Fonte: Il Sole 24 Ore, domenica 25 gennaio 2015, pp. 1 e 16

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