L’agroalimentare può guidare la ripresa economica

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tavolaDi Luigi Crimella

In un momento di difficoltà come quello attuale, ogni pur piccola notizia positiva è la benvenuta. Se poi questa notizia si presenta in prospettiva come l’avvio di una sperata fase di rilancio, allora bisogna quasi stappare lo champagne, anzi – nel nostro caso – il prosecco di Valdobbiadene. Stiamo parlando dell’industria agroalimentare italiana, qualcosa come 58mila imprese aderenti a Confindustria (all’interno di Federalimentare). Fermandoci a questa realtà, senza contare il milione di piccole e medie imprese agricole che invece fanno capo a Coldiretti, per lo più aziende familiari con pochi addetti, il comparto agro-alimentare del nostro Paese si preannuncia come il primo a portare un po’ di bel tempo. Lo ha fatto giovedì a Roma, presso Confindustria, il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia, fornendo alcune informazioni interessanti. A 100 giorni dall’inizio di Expo2015, che richiamerà a Milano milioni di operatori e visitatori da ogni parte del mondo (pare che già oltre 1 milione di cinesi si siano prenotati), il presidente ha ricordato che si sta arrestando, dopo una serie negativa di 14 punti percentuali di calo in 6 anni, la riduzione della spesa alimentare degli italiani, che nel 2014 torna piatta (+0,0%, ma con un miglioramento della qualità degli acquisti) e nel 2015 si annuncia di segno positivo (+0,3%). Preso da solo, un +0,3% sarebbe poca cosa, ma in questo caso è accompagnato dal segno positivo – negli ultimi 12 mesi – anche per la produzione agricola e di prodotti alimentari (+0,6%) e soprattutto per l’export degli stessi (+3,1%). Quindi l’agroindustria italiana comincia a “vedere la luce in fondo al tunnel”. Scordamaglia è andato oltre: “Il 2015 – ha aggiunto – grazie anche alla spinta dell’Expo, potrebbe essere quello della ripresa, con l’export a +5,5%, anche se diverse criticità quali gli aumenti Iva e accise, il permanere di barriere non tariffarie verso i mercati più strategici, certe fughe normative in avanti rispetto all’Ue, come i regolamenti superiori a quelli richiesti ai nostri concorrenti comunitari, per non parlare della burocrazia, rischiano di bloccare questa ripresa sul nascere”.

Le “migliori produzioni del mondo”. Tra “luci” sperate, e qualche “ombra” da scacciare, vediamo alcuni aspetti che possono risultare determinanti, secondo Federalimentare. Anzitutto la valorizzazione del “Made in Italy” agroalimentare, “le migliori produzioni del mondo”, ha detto Scordamaglia. L’olio pugliese, l’aceto balsamico di Modena, i formaggi dop e igp famosi in tutto il mondo, i vini tipici, i dolci, i gelati, i salumi, l’ortofrutta fresca e trasformata, la pasta, gli gnocchi: nei negozi di tutto il mondo questi prodotti “italiani” godono di una considerazione particolare. Sono talmente stimati – ha ricordato il presidente – che “negli Stati Uniti su 8 prodotti cosiddetti ‘italian sounding’, cioè marchiati come italiani, uno solo lo è davvero e gli altri sono invece prodotti altrove, o a volte malamente copiati”. Qualcosa non gira ancora bene, del resto, per la nostra produzione perché – pur essendo così rinomata e apprezzata – l’export italiano negli ultimi anni è cresciuto soltanto dell’1,5%, mentre quello della Spagna del 22% in più, della Francia il 28%, della Germania (32%). “È inaccettabile essere scavalcati e trovarci al quarto posto per aumento dell’export – ha detto Scordamaglia – se potenziassimo il nostro export secondo le nostre reali possibilità, potremmo creare 100mila nuovi posti di lavoro”. Rispetto agli attuali 385mila addetti diretti, agli altri 850mila nella produzione agricola, significa un aumento percentuale del 7-8%, che di questi tempi sarebbe un’ottima cosa.

130 milioni di euro per lanciare il “Made in Italy”. Gli sguardi degli industriali alimentari sono quindi rivolti anzitutto all’export, verso l’Europa e soprattutto gli Usa, primo cliente del “made in Italy”. Anche la Cina è data in crescita (+5,3% atteso), mentre purtroppo la Russia con l’embargo e la crisi del rublo appare un po’ ferma. Ma la linea è “aggressiva”: grazie all’istituzione di un “Tavolo per l’industria agroalimentare” a livello governativo, con la dotazione di 130 milioni di euro, si sta approntando un piano di promozione del “made in Italy” a partire dagli Stati Uniti. Sono coinvolti i ministeri dello Sviluppo economico e delle Politiche agricole, e Federalimentare farà da cabina di regia. Tante attese sono riposte anche su “Expo2015”. Si tratta di una “opportunità unica”, sottolinea Scordamaglia, un po’ perché riguarda cibo, ambiente, agricoltura; un po’ perché attirerà in Italia alcuni milioni di persone altamente qualificate: politici, imprenditori, specialisti, commerciali, marketing. Sarà una vetrina sul “food security” da un lato, per trovare soluzioni al problema della fame nei Paesi più poveri, come al problema inverso dei Paesi ricchi dove si combatte contro l’obesità o l’alimentazione “junk”. Nel “Padiglione Italia” verranno presentate le eccellenze del nostro Paese, mentre nel “Padiglione Cibus” si toccheranno i temi della sicurezza e della buona alimentazione. Seguiranno migliaia di visite guidate alle imprese produttrici per farle conoscere. Expo2015 potrà così porre le basi per lo sviluppo di nuovi contatti e di nuove piattaforme distributive a livello globale. È questa la strada per diffondere su più vasta scala le produzioni di qualità e quelle “di nicchia”, anche dei piccolissimi produttori che da soli non avrebbero la forza di arrivare lontano.

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