Convegno nazionale “Noi assistenti di Ac viviamo così la sfida di Francesco”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Don EmilioDi Gianni Borsa

Preti e laici insieme – nel tempo della “Chiesa in uscita”, della realtà “globale” e al contempo “virtuale” – per portare, con coraggio, il Vangelo per le strade del mondo. Una sfida non da poco. Ma come accelerare il passo e quali coordinate considerare se il percorso matura, si consolida e si esprime nella più antica associazione laicale italiana? I sacerdoti assistenti dell’Azione Cattolica si sono interrogati su questi temi in un convegno svoltosi dal 19 gennaio a oggi alla Domus Pacis di Roma. Tra i relatori monsignor Nunzio Galantino, segretario generale Cei, mons. Paolo Rabitti, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, mons. Franco Piazza, vescovo di Sessa Aurunca, mons. Mansueto Bianchi, assistente generale dell’Ac, il giornalista Aldo Cazzullo e Matteo Truffelli, presidente nazionale di Azione Cattolica. Sir ne parla con don Emilio Centomo, assistente nazionale del settore Adulti e del Movimento lavoratori di Ac, tra gli organizzatori del convegno.

Il titolo del convegno che si conclude oggi accosta i termini “passioni” e “spiritualità”: quali punti salienti sono emersi?
“Gli assistenti di Ac pensano che il loro compito dentro l’associazione e dentro la Chiesa sia quello di accompagnare i loro fratelli laici in un bel cammino di vita spirituale. Per vita spirituale intendiamo l’attrattiva, la gioia che riempie il cuore e la motivazione all’agire che è propria di chi ha incontrato Gesù di Nazareth. Abbiamo immaginato che la vita spirituale si possa declinare in tre ‘passioni’ – passione in senso di convinzione del cuore e anche in senso di fatica, sacrificio -: la passione per la vita, la passione per la laicità e la passione per la Chiesa. Tre aspetti ugualmente importanti per l’esistenza del laico cristiano”.

Nell’“era Bergoglio” e della “Chiesa in uscita” i cristiani non possono restare alla finestra. È venuto a dirvelo il segretario generale della Cei, monsignor Galantino. Come cambia, o come dovrebbe cambiare, la figura del prete in relazione a questa sollecitazione?

“Già il Concilio, nella Gaudium et spes ci aveva detto che ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi… sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo’. Ora quelle intuizioni sembrano fare un passo decisivo di maturazione. Il presbitero della Chiesa in uscita non è il custode del recinto del sacro, ma va in mezzo alla gente, ai poveri soprattutto, per imparare e per lasciarsi evangelizzare. Il pastore del popolo si lascia raggiungere dal suo Signore presente in mezzo al suo popolo. Solo così potrà annunciare con gioia la buona notizia del vangelo e presiedere l’Eucarestia, rendendo grazie per quanto Dio ha fatto in mezzo al popolo. Educato a insegnare, il prete si ritrova, invece, pieno di stupore nel vedere la grazia di Dio che agisce nella vita delle persone. Per prima cosa, quindi, il prete va verso la sua gente perché sa di incontrare là il Signore. In questo senso vive, con animo riconoscente, una grande ricchezza di relazioni. Ogni uomo e donna è ‘terra sacra’. Questa mi pare una delle cose belle che ci ha detto mons. Galantino. Ma, lo sappiamo bene, ogni prete che voglia stare in mezzo alla gente è chiamato a una frequentazione quotidiana, assidua e accorata con la Parola di Dio. È la Scrittura che diventa l’alfabeto con cui legge e la luce con cui scorge la presenza di Dio nella vita del suo popolo. Su questo hanno insistito molto gli assistenti nei loro interventi nei laboratori del convegno”.

E come preti al servizio di un’associazione laicale, verso dove state orientando il vostro impegno?

“Il nostro compito di accompagnare i laici di Ac nel loro cammino di vita spirituale si realizza nell’aiutarli a scoprire che Dio è presente nella loro vita laicale e feriale. Per fare questo noi per primi desideriamo avere uno sguardo contemplativo sulla loro vita e rendere grazie al Signore quando scorgiamo in loro la grazia di Dio: quando Barnaba giunse ad Antiochia, ‘vide la grazia del Signore e se ne rallegrò’, leggiamo negli Atti degli apostoli. L’intervento del presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Matteo Truffelli, ci ha provocato soprattutto quando ha citato Papa Francesco: non possiamo più dire ‘abbiamo sempre fatto così’ anche nella vita spirituale. Occorre che noi assistenti aiutiamo i laici a trovare modi nuovi, nuove motivazioni e nuovi strumenti per vivere intensamente la fede nella complessità del nostro tempo”.

Quali sottolineature occorrono per un laicato “corresponsabile” e per una Chiesa “meno clericale”?
“Mi pare che l’elemento decisivo per rendere la Chiesa meno clericale si possa riassumere in due slogan. Il primo è ‘Dare ai laici la Parola’. Donare loro la Scrittura, attraverso la conoscenza della Bibbia, certo. Ma la cosa decisiva è che la Parola faccia battere il loro cuore in una lettura semplice e ordinaria: ‘Alla presenza di Dio, in una lettura calma del testo, è bene domandare per esempio: Signore, che cosa dice a me questo testo?’, suggerisce la Evangelii gaudium. Alla luce della Parola ogni laico potrà scoprire meglio che la propria vita laicale e quotidiana è abitata dal Signore. Il secondo slogan mi permette di giocare con le parole: ‘Dare ai laici la parola’. Questa volta significa che i laici che hanno incontrato Dio nella vita concreta possono e devono prendere la parola nella Chiesa in modo autorevole. Noi preti abbiamo da imparare. Direi che abbiamo un vangelo da ricevere da loro. Questa esperienza è fondamento della corresponsabilità nella comunità cristiana”.

I laici dovrebbero vivere il Vangelo nella quotidianità: in famiglia, sul posto di lavoro, nella politica, nella scuola… Succede davvero?

“Credo debba maturare una spiritualità del quotidiano che ci dice che Dio è dentro. Dentro le piccole cose di una vita spesa in famiglia, al lavoro, in politica. Papa Francesco lo insegna ai preti con parole che non si dimenticano e che cito a memoria: ‘Il pastore cammina davanti alle pecore per guidarle, cammina anche in mezzo ad esse per accompagnarle. Ma qualche volta cammina anche dietro al gregge, per imparare, perché il popolo ha un fiuto particolare per scoprire strade nuove da percorrere”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *