Non si può dire no ai “Gesù bambini” della casa di Hogar

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BetlemmeDi Daniele Rocchi

Si aggira tra le stanze pulite e luminose della casa il piccolo Abbas, 4 anni e mezzo raccolti in poco meno di 90 centimetri. Tutti lo chiamano Simsim, il diminutivo scelto per lui dalla mamma, appena nato. Sim, in arabo, indica il seme di sesamo, piccolino, minuscolo come Abbas appena uscito dal grembo materno. Sim è un bambino con sindrome di Down e, da poco meno di un anno, è uno degli ospiti della casa di accoglienza per bambini disabili, abbandonati, “Hogar Nino Dios”, ma tutti a Betlemme, la conoscono come la casa dei “Gesù bambini”. A pochi metri dalla basilica della Natività, l’Hogar accoglie 24 ospiti. Di loro si occupano a tempo pieno cinque suore della famiglia religiosa del Verbo Incarnato. La madre di Sim, di Hebron, è stata ripudiata dal marito e per questo non può prendersi cura di lui poiché “la mentalità corrente qui vuole che i bambini appartengano al padre. Ma il padre di Sim non può prendersi cura di lui perché lavora”. Per questo motivo è stato accolto all’Hogar dove di tanto in tanto viene a trovarlo la mamma che piangendo vorrebbe prenderlo con sé. Le sue lacrime raccontano la sofferenza di tante famiglie che hanno figli disabili. La disabilità in queste zone viene considerata quasi una punizione di Dio; “min Allah”, ovvero “viene da Allah”. Per cui in alcuni casi vengono tenuti in casa, segregati, se non addirittura rifiutati. Ed è qui che la carità cristiana si fa segno concreto e l’Hogar è uno di questi. Sim comunica con i suoi grandi occhi, con il suo sorriso e con il suo corpo “rotondetto”, segno che la cura delle suore funziona, dice scherzando don Mario Cornioli, per tutti “abuna Mario”, sacerdote italiano dal 2005 al Patriarcato latino di Gerusalemme, che all’Hogar dedica gran parte del suo servizio pastorale.

Sim è una calamita di baci e di abbracci che non sempre ricambia anche perché lui ha da combinare sempre qualche piccolo guaio, tant’è che le suore e i volontari di turno praticamente lo guardano a vista. Sim ama tanto ballare così che quando squilla il telefono dell’Hogar, lo si vede muoversi a tempo sulle note della suoneria. Ma non disdegna nemmeno mangiare, “è molto goloso di dolci”, e scattare foto con il telefonino del malcapitato di turno che si trova a passare nella Casa. È un bambino che regala gioia e che insieme agli altri piccoli ospiti riempie con la sua presenza i grandi spazi di questo luogo che nasce, racconta suor Maria Pia Carbajal, “nel 2005 quando l’allora patriarca latino Michel Sabbah ci ha offerto per tempo illimitato l’uso di una casa, ma sarebbe meglio dire una stanza, vicino la Natività”. “Agli angoli vi erano una tenda con dei materassi rotti che era il ricovero delle prime due religiose, suor Gesù e suor Cristo, i lettini dei primi bambini, e il tabernacolo. All’inizio del 2006 abbiamo accolto la prima ospite. Successivamente il patriarca Twal ci ha esortato a proseguire nella nostra opera aiutandoci ad ampliarla”. Intorno a questa piccola stanza è sorta l’attuale struttura, tanto grande da contenerla. “È diventata la nostra Porziuncola”, dice la suora. “Quello che si vede oggi è un miracolo della Provvidenza” aggiunge abuna Mario, che non fa mistero che “il 99% di questa provvidenza è italiana”. La Cei con la Caritas, insieme a diocesi, parrocchie, associazioni come l’Unitalsi, e singoli benefattori hanno reso possibile l’Hogar che al suo interno può vantare anche una piscina per idroterapia, stanze per la fisioterapia, una sala giochi e un giardino.

“Grande ma non abbastanza per rispondere alle tante richieste che abbiamo. Questi bambini – spiega, infatti, la religiosa – al di là della disabilità spesso hanno storie familiari difficili alle spalle e i genitori non sanno come prendersi cura di loro”. Molti vengono da Ramallah, da Hebron, da Jenin, zone palestinesi dove è alto il tasso di nascite di bambini diversamente abili. “La causa è da ricercarsi – spiega suor Maria Pia – nella cultura che favorisce i matrimoni tra consanguinei”. “Viviamo alla periferia della periferia – dice abuna Mario – dove non si può annunciare il Vangelo se non attraverso la vita e le opere”. Vicino a lui annuisce la religiosa che racconta di una donna musulmana fuggita dal marito perché la picchiava e accolta per poco tempo con i figli all’Hogar. “Voi cristiani conoscete la misericordia, noi musulmani non sappiamo cosa sia, mi disse questa donna che oggi si è rifatta una vita ma continua a chiamarci e a sostenerci. Molte madri ci chiedono cosa ci spinge a occuparci dei loro figli, dei più piccoli e dei più poveri. A tutte rispondiamo che lo facciamo per Gesù, quel Bambino nato a pochi metri da qui”. Mentre parla suor Maria Pia si sente tirare l’abito. È Sim che chiede attenzione. Poco distante, infatti, ha visto una scatola di dolci e vuole mangiarli. Impossibile dirgli di no. I dolcetti vengono distribuiti ai bambini, adesso tutti con la bocca sporca di cioccolato. Sim è soddisfatto, alza il pollice per dire “tutto bene” e si allontana mentre la suora sorride. Non si può dire di “no” a Sim. Non si può dire di “no” ai Gesù bambini dell’Hogar, dove è sempre Natale.

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