Il “pugno di velluto” della Santa Sede per fermare il Genocidio armeno

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armeniaDi Federico Cenci

Il 24 aprile 1915 vengono arrestati dalle autorità ottomane a Costantinopoli circa 400 armeni. È l’inizio di quello che il popolo d’Armenia chiama ancora “Grande Male”: il Genocidio armeno, causa di centinaia di migliaia di morti. A un secolo da quegli eventi, la rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica ha organizzato una tavola rotonda sul tema nella sua sede, con relatori padre Georges Ruyssen S.I., docente presso il Pontificio Istituto Orientale, e padre Luciano Larivera S.I., scrittore de La Civiltà Cattolica.

Padre Ruyssen, autore di diversi volumi sul Genocidio armeno, ha introdotto il suo intervento attingendo ai documenti conservati negli archivi vaticani, attraverso i quali ha spiegato il ruolo svolto dalla Santa Sede al fine di “fermare la strage” nei confronti del popolo armeno.

Strage di cui in un primo momento, ovunque nel mondo, non si percepiva ancora l’imminenza. Il rumore provocato in Europa dall’arresto dei 400 armeni fu vagamente attutito dalle autorità ottomane con la seguente accusa ufficiale verso le persone incarcerate: “cospirazione nei confronti del governo”.

Una voce ad elevarsi per denunciare la gravità dell’episodio, fu quella della Santa Sede. Mons. Angelo Maria Dolci, delegato apostolico a Costantinopoli, inviò a seguito di quell’evento un telegramma in Vaticano per denunciare il “quasi colpo di Stato” operato dal governo ottomano.

Tuttavia – ha ricordato p. Ruyssen – mons. Dolci, in quanto inibito dal governo ottomano a ricevere informazioni complete, credeva si trattasse soltanto “dell’ennesimo episodio di repressione da parte delle autorità turche”. Quella che il gesuita chiama “la prova di un disegno” messo in atto dai Giovani turchi per annientare il popolo armeno, si costituì invece nel corso del tempo attraverso “una frammentarietà di notizie”.

A metterle insieme fu mons. Raffaele Scapinelli, nunzio apostolico a Vienna, con una lettera inviata al segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Gasparri, nel quale spiegava in cosa consistesse la “deportazione” attuata dalle forze turche: separazione di famiglie, minacce per far convertire all’Islam, sequestri di donne che venivano poi vendute negli harem.

“Altrove si circondino tutti i fanciulli cristiani, per internarli poi in case turche – si legge nella lettera di mons. Scapinelli – […] i superstiti sono costretti ad abbandonare tutto il loro avere, case, possessioni, denaro, e forzati a partire per l’interno, accompagnati per lo più da gendarmi brutali, migrano di villaggio in villaggio, di pianura in pianura, senza tregua, sempre verso destinazione ignota”.

Ciò che stava accadendo era reso chiaro anche da altri rapporti, come quello inviato da un missionario cappuccino, che scriveva: “Le umiliazioni inflitte alla nazione armena servono da pretesto al governo massonico turco per poter sterminare tutto l’elemento cristiano dell’interno: con gli armeni vengono perseguitati anche tutti gli altri cristiani”, cattolici compresi. “Benedetto XV fu l’unico sovrano o capo religioso ad alzare la voce contro i massacri”, ha sottolineato p. Ruyssen.

Nei confronti di questa situazione – ha ricordato ancora il gesuita – la Santa Sede mostrò un “pugno di velluto”. Usando toni pacati, le nunziature apostoliche sparse in tutta Europa sollecitarono interventi da parte dei governi all’indirizzo di Costantinopoli.

Ma “quale fu l’effetto degli interventi della Santa Sede?”, si è infine chiesto p. Ruyssen. “Sembra – ha proseguito – che l’intervento pontificio abbia almeno rallentato le misure contro gli armeni, anche se fino al termine del 1916 continuarono le deportazioni e i massacri”. A questo punto il relatore ha ricordato un episodio di spessore tuttavia poco conosciuto: “Il Vaticano avrebbe voluto mandare in Siria e Libano navi battenti bandiera pontificia per portare aiuti umanitari ai cristiani ivi residenti, ma il progetto fu bloccato dagli inglesi” che non volevano lasciar libero il traffico navale nel Mediterraneo.

Un impedimento dovuto a ciniche dinamiche geopolitiche, dunque. Quegli stessi intrighi che vedono ancora oggi l’Armenia al centro di uno scacchiere molto più ampio dei suoi confini. Di questo tema ha parlato p. Luciano Larivera, partendo dall’“unico accenno esplicito sulla questione armena offerto dal Papa durante il suo viaggio in Turchia”.

Rispondendo a una domanda di una giornalista sull’aereo di ritorno, il Santo Padre ha ricordato che l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’anno scorso espresse “condoglianze” al popolo armeno. Un “tendere la mano” che papa Bergoglio ha interpretato come “positivo”. Inoltre il Papa ha affermato di avere “molto a cuore” l’apertura della frontiera turco-armena, impedita però da quelli che ha definito “problemi geopolitici”.

Problemi che possono essere simboleggiati da un episodio che ha svelato p. Larivera. Il 24 aprile prossimo correranno i cent’anni della Battaglia di Gallipoli, durante la quale le truppe turche resistettero all’aggressione anglo-francese nel contesto della prima guerra mondiale. Per celebrare l’evento, il presidente Erdogan ha scelto di invitare a Istanbul il suo collega armeno Serzh Sarkysian. Gesto che, secondo il gesuita, è una provocazione che “lascia interdetti”, perché “in questo anno che può essere di riconciliazione, si inizia invece compiendo un passo indietro”.

E non rappresenta un “passo in avanti” nemmeno il risultato di un sondaggio diffuso la settimana scorsa: solo il 9,1% dei turchi crede che il proprio governo debba chiedere scusa agli armeni, pur senza ammettere il genocidio.

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