Obama e la svolta americana delle tasse a favore della famiglia

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ObamaUn assegno annuo da 3mila dollari per ogni figlio fino all’età di cinque anni. Facilitazioni fiscali e contrattuali per favorire la “genitorialità” e la natalità.
Investimenti sugli asili, college gratuiti, parte delle tasse universitarie a carico dello Stato. Misure che si aggiungerebbero a quelle della riforma sanitaria. Il presidente americano Barack Obama infila l’abito dello statista e punta sul welfare e sulla famiglia e per raggranellare i soldi necessari promette ancora: tasserò i grandi patrimoni.
Così cresce in maniera esponenziale l’attesa per il discorso di martedì 20 gennaio sullo “Stato dell’Unione”. L’inquilino della Casa Bianca spiegherà – stando al “New York Times” e ad altre testate Usa – la sua svolta: tassare i “capital gains” e le banche e chiedere ai ricchi di fornire il loro (più) equo contributo per favorire una riduzione dell’imposizione a carico della classe media, particolarmente provata dalla crisi economica, che peraltro gli Stati Uniti hanno lasciato alle spalle.
Sarà poi problema dell’“anatra zoppa” far passare le riforme in un Congresso dove Obama e il suo partito sono in minoranza. Restano però due messaggi che scavalcano l’Atlantico, arrivando in Europa e in Italia.
Il primo. A Roma si discute – giustamente – della eccessiva “pressione fiscale”, sulla quale la politica si trova unanimemente d’accordo: è troppo alta, va diminuita. Nessun politico, però, osa ormai parlare di “giustizia fiscale”: che è una regola inscritta addirittura nella Carta costituzionale all’articolo 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Due le sottolineature: anzitutto quel “tutti” significa che in Italia non ci dovrebbero essere evasori (chi non paga le tasse ruba e si pone al di fuori del dettato costituzionale); in secondo luogo i tributi devono crescere in ragione progressiva (non proporzionale), cioè chi ha di più deve dare di più.
Il secondo messaggio americano. Le maggiori entrate tributarie si possono – o si devono? – investire per la famiglia. Magari per quelle famiglie che hanno più figli, che curano un anziano, che puntano a far studiare i giovani, che di per sé sono già un “patrimonio sociale”.
In un’Italia dove la forbice tra ricchi e poveri è andata allargandosi negli anni della recessione, ci starebbe bene una riflessione coraggiosa sulle tasse. La direttrice? Sono troppe, abbassiamole, paghiamole tutti, paghiamole in ragione della capacità contributiva, spendiamole bene, investiamole sulla famiglia.

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