“Sì, dalla Fiat di Melfi una boccata d’ossigeno, ora guardiamo lontano”

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Vescovo TodiscoDi Gigliola Alfaro

Il 2015 si è aperto all’insegna dell’ottimismo per il gruppo Fiat-Chrysler, guidato da Sergio Marchionne: l’andamento decisamente positivo dei nuovi modelli Jeep Renegade e Fiat 500X permetterà nei prossimi tre mesi l’inserimento di oltre 1.000 nuovi lavoratori nello stabilimento di Melfi dove sono prodotte le due vetture. Una volta stabilizzati i volumi produttivi in ragione dell’andamento della domanda e dei risultati negli oltre 100 mercati dove le vetture saranno vendute, alle persone inizialmente inserite con contratto interinale potrà essere proposto il nuovo contratto a tutele crescenti, attualmente in via di definitiva approvazione. A queste persone, se ne aggiungeranno altre 350 temporaneamente trasferite dagli stabilimenti di Cassino e Giambattista Vico di Pomigliano d’Arco. Al vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, monsignor Gianfranco Todisco, abbiamo chiesto un parere su questa opportunità.

Eccellenza, è una bella notizia quella che arriva dalla Fiat…
“È veramente una buona notizia, se consideriamo che il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è il 43,9%, ma in Basilicata raggiunge quasi il 60%. Da anni assistiamo all’esodo di giovani che rappresentano il futuro della nostra Regione: sono le persone più preparate quelle che vanno via. Con questo annuncio tanti giovani resteranno. Ma cosa sono 1.500 posti di lavoro di fronte a una marea di giovani? Mi auguro che l’azienda stia in Regione per moltissimi altri anni, ma il futuro della Basilicata non può essere l’industria, anche perché la Fiat, che ormai è una multinazionale, per adesso ha trovato conveniente restare in Italia e a noi fa piacere, ma cosa succederà tra 10-20 anni? Le multinazionali vanno alla ricerca di mercati dove il costo del lavoro è inferiore: potrebbe anche succedere che tra qualche anno la Fiat vada via. E che faremo? Noi stiamo aiutando i giovani attraverso il Progetto Policoro a diventare loro stessi protagonisti della loro storia. Perché il futuro della Basilicata non è l’industria né tantomeno il petrolio, ma il turismo, l’agricoltura, l’artigianato. Quindi, ben vengano notizie come quelle della Fiat, ma i nostri amministratori devono farsi un serio esame di coscienza. Da anni si rinnova il reddito di cittadinanza, ma su questo non si può costruire il futuro. Purtroppo, le ricchezze che abbiamo non le stiamo sfruttando”.

Ma lo stabilimento della Fiat non può essere un fattore di sviluppo per l’intera regione?
“Fino a quando non è iniziata la crisi, tra Fiat e indotto c’erano 10.500 lavoratori, adesso all’inizio della nuova produzione ci saranno alcune centinaia in più, ma noi abbiamo più di 11mila capi di famiglia. Certo, è un grandissimo aiuto, perché credo che forse il 50% degli operai sono della nostra zona, mentre gli altri vengono da altre province. D’altra parte, anche ora 350 verranno da altri stabilimenti. Resta, comunque, una boccata d’ossigeno per la nostra Regione: perché le persone utilizzano i soldi che guadagnano per acquistare prodotti, ma non possiamo pensare che si risolvano così i problemi della Regione. Non dobbiamo scoraggiarci o entusiasmarci pensando che la Fiat risolverà i problemi di tutte le famiglie, perché ce ne sono tante ancora alla ricerca di qualcosa capace di dare loro speranza. Auguriamoci che la scelta di Matera come capitale della cultura del 2019 attragga molta gente. Qui abbiamo prodotti di eccellenza, come vino, olio, frutta, formaggi, insaccati. Se una persona viene sul Vulture e sale a mille metri di altezza e vede due laghi, dice: ‘Qui abbiamo il paradiso in terra’, ma le nostre strade sono problematiche. Allora, sono necessari interventi per aggiustare un po’ di strade”.

Come sono i rapporti tra la diocesi e lo stabilimento Fiat?
“Molto buoni. Quando sono arrivato, ho visitato la Fiat e ho celebrato la Messa, prima che iniziasse la crisi. Anche prima di Natale sono stato lì, perché c’è un buon rapporto con la dirigenza della Fiat e anche con i lavoratori”.

Lei prima ha accennato alla questione del petrolio: quali i rischi e quali i vantaggi?
“Come dicevano gli antichi, ‘in medio stat virtus’. Il petrolio può dare ricchezza e anche morte. Servono una serie di precauzioni, mettendo al primo posto la salute dei cittadini. Il problema è: chi sono i controllori? Ci vogliono controllori esterni senza alcun interesse, che vadano sul territorio e dicano che qui si può estrarre. Ci sono stati tentativi di trivellare anche nel mare: ma chi va a fare il bagno a pochi metri da una trivella? Le spiagge che abbiamo sul litorale jonico ne soffriranno: così l’industria turistica, che d’estate è prospera, muore. Allora, bisogna fare bene i calcoli e scegliere quello che è bene per tutta la comunità e non solo per le grandi aziende. Per principio non sono contrario all’estrazione del petrolio, ad esempio, in zone impervie, ma dobbiamo essere certi di non danneggiare la salute, l’agricoltura, la pastorizia. Dobbiamo incentivare le piccole aziende a carattere familiare, favorire la formazione di piccole cooperative giovanili. Occorre una politica che guardi lontano e, come la Chiesa sta dicendo da anni, rivolta al bene comune, altrimenti i nostri giovani continueranno ad andare via. Oltre tutto, con il calo del prezzo del petrolio, tanti calcoli sono già saltati. Poi il protocollo di Kyoto prevede che i Paesi riducano le sostanze tossiche prodotte dalle auto: noi che facciamo? Torniamo a produrre petrolio e a chi lo vendiamo? I nostri politici devono essere attenti”.

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