Terrorismo in Europa. tra risposta “chirurgica” e medicina preventiva

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sicurezzaDi Gianni Borsa

Madrid, marzo 2004; Londra, luglio 2005; Bruxelles, maggio 2014; Parigi, gennaio 2015. E, in mezzo, un’altra serie di città e date. La scia di attentati che da un decennio insanguina l’Europa non può includere il nome di Verviers, località belga, non lontana dalla capitale, dove ieri (15 gennaio) la polizia ha sgominato una banda di “returnées” – giovani rimpatriati dai territori del Califfato, imbevuti di odio e armati fino ai denti -, uccidendone due e fermandone un terzo. Le autorità belghe hanno giocato d’anticipo, tenendo d’occhio una possibile cellula jihadista e intervenendo prima di dover battersi il petto per un altro attentato riuscito, come quello al museo ebraico dello scorso anno a Bruxelles.
Oltre che a Verviers, magistratura e gendarmi si sono messi in azione in altre località, da Vilvorde a Zaventem, da Molenbeek a Liegi e nella stessa Bruxelles. E nel Paese è scattato un allarme senza precedenti, con misure di sicurezza eccezionali (livello 3 su 4) nelle sedi istituzionali, comprese quelle europee della capitale, nei luoghi di culto, nei pressi delle scuole, nelle piazze. Varie perquisizioni sono tuttora in corso. Il magistrato incaricato delle indagini parla di un’azione su scala internazionale, che ha coinvolto altri sette Paesi europei e lo Yemen.
Il Governo lo aveva fatto intendere, e oggi i giornali francofoni e fiamminghi lo scrivono: “Il nostro territorio, nel suo insieme, può essere bersaglio di fanatici pronti a passare all’azione”. Sono svariati gli ambienti pseudo-religiosi che inneggiano ad Amedy Coulibaly, alla guerra santa in Siria e nell’Isis, alla punizione di chi dileggia il Profeta…
Gilles de Kerchove, belga, coordinatore dell’antiterrorismo europeo, lo aveva ricordato nei giorni scorsi: “La minaccia di nuovi attentati” in Belgio “resta molto reale. Se è facile ottenere un kalashnikov”, finendo in mano a “persone radicalizzate”, diventa difficile – per ammissione di de Kerchove – “impedire un attentato”. Ma “noi faremo tutto il possibile per impedirlo”.
Questa volta ha funzionato. La polizia si è mossa per tempo. Purtroppo altri giovani hanno perso la vita, giovani che avevano sbagliato strada, infarciti, da pessimi maestri, di cattiveria e di bugie, di false promesse, di violenza. È chiaro che in Belgio come in tutta Europa la guardia ora deve restare alta. I foreign fighters, cittadini per lo più giovani con passaporto europeo, cresciuti in Europa e partiti per combattere sotto la bandiera nera del Califfato, si contano a centinaia, forse a migliaia; spesso tornano a casa propria per seminare guerra. Gli ambienti fiancheggiatori del terrorismo sono notoriamente presenti in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania, nei Paesi Bassi, nella penisola iberica, nei Balcani, in Scandinavia. C’è una vera e propria rete di sostegno alla malvagità senza confini che si inserisce nelle viscere della società europea, autoalimentandosi e organizzandosi. Il compito immane delle autorità, dell’intelligence, delle forze dell’ordine è di sorvegliare e di proteggere i cittadini e lo stato di diritto.
Il Belgio ha dimostrato che la risposta sul fronte “militare” può essere ferma, razionale, persino “chirurgica”. Rimane però da rafforzare la risposta sul piano culturale, civile, interreligioso. L’incontro tra nazionalità e fedi diverse, nel reciproco rispetto delle differenze, è la medicina preventiva che crea convivenza, cooperazione, relazioni pacifiche. Contro le quali qualunque Amedy Coulibaly può combattere, ma non potrà averla vinta.

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