Piccole start-up crescono in Italia Ma che fatica!

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ideaNicolò Mosca
Nell’America che con il +5% di Pil sta lentamente uscendo dalla crisi, c’è sempre meno spazio per i “geni del garage”, i ragazzini che dal nulla fondano la loro impresa che li ricopre di fama e soldi. Una ricerca condotta dalla Federal Reserve (la banca centrale americana) evidenzia infatti come la percentuale di start up sul totale delle aziende statunitensi sia in continuo calo: nel 1978 erano il 15%, oggi l’8%. Lo scenario è chiaro: chi trova il giusto mix di idee vincenti, investimenti azzeccati e fortuna, diventa grande (Apple, Google e Facebook sono nate così); gli altri sono costretti a vivere per sempre sotto l’ombra di questi giganti. E i pochi che riescono a emergere vengono acquisiti il prima possibile (ve li ricordate i 17 miliardi di Facebook per Whatsapp?). E la situazione in Italia qual è?
Le start up più ricche sono negli Usa. Al di là del calo di numeri, il modello americano resta unico al mondo e capace di attirare investimenti. Nella classifica stilata dal Wall Street Journal che tiene conto delle start up con un valore di almeno un miliardo di dollari, infatti, dominano gli Stati Uniti con l’80%, seguiti dalla Cina (10%) e India (5%). Un punto percentuale a testa per Canada e Corea del Sud, mentre l’Europa si ferma al 3%.
In Italia poche, ma “innovative”. All’interno di questa graduatoria, non c’è traccia dell’Italia. Il Bel paese però si consola, almeno in parte, con il dato relativo alla crescita del numero di start up “innovative”. Secondo il Decreto Crescita 2.0 (legge n. 221/2012), possono acquisire lo status di Start-up innovative le “società di capitali costituite da meno di quattro anni, con sede in Italia, con meno di 5 milioni di euro di ricavi, che non abbiano distribuito utili, che abbiano come business prevalente l’innovazione tecnologica e che possano essere definite innovative per volume di spesa in ricerca e sviluppo (almeno il 15%), o per presenza di personale qualificato (almeno un terzo di dottoranti e ricercatori o almeno due terzi con laurea specialistica), oppure in possesso di software e brevetti registrati”. Non esistono, invece, vincoli di età, area geografica o settore in cui opera l’azienda. Nel 2013, le start up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese erano 2.227, oggi sono 3.137. I dati, secondo un rapporto dell’agenzia di rating Cerved, indicano che le start up innovative sono soprattutto società che operano nel campo della consulenza informatica e produzione di software (quasi un terzo), e che si occupano di consulenze e servizi di informazione e comunicazione alle imprese legate al mondo del web e nuovi media. Territorialmente, la maggior parte delle start up ha sede in Lombardia (683), Emilia Romagna (360), Lazio (298) e Piemonte (228). Se la crescita in numero è evidente, stenta a decollare invece la quota di mercato occupata da queste start up, soprattutto a livello mondiale. Le cause? Vanno dalla saturazione del mercato allo scenario socio-economico del Paese, passando per la lingua (parlando in inglese si perde una fetta del mercato italiano, viceversa parlando in italiano praticamente si rinuncia al mercato globale).
Investimenti a rilento. Nonostante, come detto, il settore delle start up innovative sia in crescita, vanno a rilento gli investimenti, soprattutto quelli istituzionali. È quanto emerge dal rapporto “The italian start up ecosystem – Who’s who” dell’associazione “Italia start up”. I dati (che fanno riferimento al terzo trimestre del 2014), parlano di un aumento dei finanziamenti, con 197 società in totale che risultano finanziate. Il 62% di queste si trova al nord Italia, il 23% al centro e solo il 15% al sud. Decisamente inferiori gli investimenti istituzionali, che attualmente riguardano solo 36 start up (75% al nord, 19% al centro e 6% al sud). Un mercato che stenta a decollare, dunque, sebbene per le start up innovative siano previste una serie di agevolazioni fiscali. All’interno del Decreto Crescita 2.0, infatti, sono contenute delle norme che vanno dai contributi per le assunzioni alla detrazione delle imposte sul reddito, passando per la detassazione degli investimenti di terze parti. Da un rapido confronto internazionale, emerge che in Italia si investe in start up meno che in Francia e Germania, un quinto rispetto al Regno Unito, la metà rispetto alla Spagna. La sensazione che emerge dal quadro generale è quella di un ecosistema che sta pian piano acquisendo una sua autonomia, ma che per godere di perfetta salute ha bisogno di superare le resistenze, soprattutto culturali, della società italiana.

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