Il colore prima del blu – puntata 28

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
è anche in edizione cartacea.
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Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

Una porta da calcio è disegnata su un muro, con un gessetto. I tre ragazzini giocano a tirare calci di rigore. Il portiere si tuffa sulla terra ghiaiosa. Ha ferite alle ginocchia e ai gomiti. Quando ci vedono, smettono di giocare. Parlo con uno di loro. Dopo un po’ tornano con delle torce. Ci incamminiamo per le colline. Le stradine di campagna scompaiono. Ci muoviamo tra le erbacce. Anna ogni tanto fa una pausa e mi lancia sguardi perplessi, ma è muta. Un ragazzino si ferma su un semipiano. Abbiamo tutti il fiatone. Il ragazzino parla a fatica. Ci indica una specie di collinetta sommersa dalla vegetazione.
‹‹Di solito, sotto a queste collinette ci sono dei ruderi.››
Mi avvicino. Osservo bene la posizione della collinetta. Si erge proprio al di sopra della chiesa, dove un tempo c’era il primo borgo, leggermente più a sud. Il mare doveva arrivare a poche centinaia di metri da lì.
‹‹Forse ci siamo,›› dico ad Anna.

Sradichiamo le erbacce con le mani. Mi pungo con delle spine. Anna mi prende la mano e me ne tira via una con le dita. Il palmo della mano sanguina, lei mi guarda negli occhi. Sembra tentennare, poi avvicina la mano alla bocca e succhia via il sangue. I suoi occhi restano fissi sui miei.
Uno dei ragazzini lancia un urlo: ‹‹Guardate che ho trovato!››

Corriamo tutti verso di lui. Tra un cumulo di macerie scopriamo i resti della struttura della lanterna di un faro. Ci muoviamo adagio sopra i vetri rotti. Dietro un cespuglio la lente di un faro è ancora intatta. Intorno ci sono solo calcinacci. Più avanti, sotto alla vegetazione, intravediamo una piccola rimessa, in legno. Sfondiamo la porta. Un tanfo di chiuso ci investe insieme alla polvere. Mi copro gli occhi con un braccio. Anna tossisce e chiede dell’acqua a un ragazzino. La luce entra all’interno e illumina una vecchia barchetta. Con la mano porto via la polvere che copre parte del suo nome: Padre Candido.
Anna si avvicina e tocca la scritta, poi mi guarda.
‹‹E adesso?›› mi chiede.
‹‹Adesso cerchiamo altri indizi. Tiriamo via tutta questa robaccia e vediamo di trovare il senso di questa storia.››

I ragazzini mi guardano come se fossi impazzito. Intorno a noi ci sono solo macerie. L’unica certezza che abbiamo è il nome di questa barca. Alziamo massi, scaviamo buche, rimuoviamo la polvere finché il grigio della sera non ci sorprende. Anna è seduta sotto un albero, la testa tra le mani con i gomiti appoggiati alle ginocchia. Mi avvicino e le siedo accanto.
‹‹Inutile, è stato tutto inutile… Non c’è niente che ci possa aiutare!›› dice.
‹‹Possiamo sempre chiedere in paese se qualcuno conosce il padrone della barca.››
‹‹Questa povera gente non conosce neanche il proprio nome, Michele.››
‹‹Aspettiamo domani sera. Vedrai che Emma ci aiuterà a ritrovare i tuoi genitori,›› le dico prendendole una mano. ‹‹E poi il paese è piccolo. Se tua madre vive qui, ha sicuramente saputo che la stai cercando. Magari si farà viva lei…›› aggiungo fingendo certezze che non ho.
Al ritorno cerchiamo di mettere insieme gli indizi, ma una cartolina, un quadro e una barca di nome Padre Candido non portano a nulla. Arriviamo all’Hotel Riviera.
Anna non ha voglia di parlare, vorrei darle un bacio invece le dico: ‹‹Ci vediamo domani, allora. Ti avevo promesso un gelato al Pino bar. Ricordi?›› Forse dovevo stare zitto.
Lei mi fa di sì con la testa.
La delusione è muta e bagnerà il suo cuscino, penso mentre me ne vado. ‹‹Qualcuno l’avrà pur mandata quella cartolina!›› dico girandomi, credendola ancora fuori dalla porta dell’hotel.

Provo delusione per non aver scoperto nulla di nuovo nella ricerca dei genitori di Anna. L’ho coinvolta in un’avventura inutile. Però scopro che affronterei qualsiasi delusione con lei accanto. Ogni luogo e ogni istante è illuminato, ora. Tutto mi fa pensare a lei e comprendo finalmente il senso della parola “bellezza”. Mi ritiro nella mia stanza. Apro il cassetto e trovo il libro sul cinema che mi ha regalato Filì. Lo leggo con una passione nuova. Mi addormento con il libro in mano e sogno di dirigere un colossal, tipo Spartacus.

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