Sì, più confessioni ma nella cornice dell’effetto Francesco

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FrancoDi Maurizio Calipari

Pur in assenza di dati statistici ufficiali, da più parti in Italia si colgono segnali di un certo risveglio religioso, anche tra i cattolici. Tanti operatori religiosi, infatti, a cominciare dai sacerdoti impegnati nella pastorale, segnalano il ritorno a percorsi di fede da parte di tante persone che si erano allontanate o avevano messo da parte la loro appartenenza ecclesiale. Tra questi segnali, peraltro, sembra spiccare un rinnovato interesse verso la confessione, sacramento tradizionalmente vissuto con difficoltà, soprattutto dai più giovani. Abbiamo raccolto l’opinione del professor Franco Garelli, docente di religioni nel mondo globalizzato e sociologia della religione all’Università di Torino.

Professore, pare che in Italia si registrino da più parti segnali di un certo risveglio della sensibilità religiosa, anche tra i cattolici. Le risulta?
“Non ho dei dati di tipo quantitativo, però ci sono almeno due indizi che vanno in questo direzione. Il primo è la percezione diretta di molti operatori pastorali, sacerdoti e laici, che colgono una certa ripresa della domanda religiosa. Soprattutto da parte di chi, dopo essersene allontanato, ritorna a frequentare gli ambienti religiosi e a riflettere sulle questioni ultime della vita. Il secondo indizio proviene da una ricerca di tipo qualitativo che sto conducendo su incredulità, ateismo e nuove forme di fede tra i giovani, che mostra come la presenza del Papa attuale renda più ‘umana’ l’immagine della Chiesa. L’accento che Francesco mette su valori quali l’accoglienza, il non giudicare, l’apertura al vissuto delle persone, fa ripensare il giudizio negativo verso la Chiesa, alimentando un nuovo approccio dei lontani. Due elementi di vera novità rispetto al recente passato”.

Tra questi segnali di risveglio spicca un ritorno alla confessione sacramentale. Come lo spiega?
“Credo che questo avvenga soprattutto in persone che, per vari motivi, hanno interrotto il processo di socializzazione religiosa. Magari hanno avuto una prima educazione cattolica, hanno ricevuto i primi sacramenti, poi nell’adolescenza si sono allontanati dalla Chiesa. Un clima nuovo può portarli a ripensare alle questioni di fondo della propria vita, tra cui la fede. Ci può essere un ritorno, compreso l’accostarsi a un sacerdote per la confessione, anche se poi il bisogno di un riferimento spirituale viene interpretato essenzialmente in termini individualistici, personali, una tendenza molto diffusa ai nostri giorni”.

Pare che questo aumento delle confessioni sacramentali sia più evidente soprattutto nei luoghi più ‘neutri’ della fede, come ad esempio i santuari, meno nelle parrocchie.
“È vero, c’è questa tendenza in atto. Forse perché le parrocchie vengono viste come luoghi dell’impegno costante, della partecipazione continuativa, della presenza operativa, dell’appartenenza. Aspetti considerati troppo vincolanti da molti. Così si preferisce riprendere il cammino religioso in luoghi religiosamente più ‘neutri’, meno prossimi all’esperienza quotidiana, che non richiedono un impegno diretto o continuativo in termini di partecipazione ai riti o alla comunità”.

Molti parlano di un “effetto Francesco” alla base del ritorno di tanti alla pratica della fede. Lei che ne pensa?
“Sono d’accordo. Indubbiamente questo Papa colpisce molto, soprattutto le persone (tra cui molti giovani) che nel tempo hanno maturato un’immagine un po’ negativa della Chiesa, che magari si sono allontanate perché non condividono alcune prese di posizione nel campo della morale sessuale e familiare, o una presenza forte della Chiesa a livello pubblico, oppure sono stati scioccati da una serie di scandali (pedofilia del clero, potere delle curie, ecc…). Molti giovani poi considerano la Chiesa un po’ anacronistica in campo etico, troppo dogmatica, ricca e potente. La presenza di Francesco indubbiamente sbaraglia questa visione negativa, perché è un Papa più diretto, che parla di servizio, stigmatizza il potere clericale e il carrierismo, vuole dei preti che siano anzitutto uomini e poi pastori che condividono la vita della gente. È il Papa del confronto, del dialogo, attento agli ultimi, alla marginalità e alle periferie. Perciò la gente è interpellata da questo uomo che coltiva le ‘periferie del cuore’ fino ad intercettare l’attesa di una Chiesa più purificata. E a queste condizioni, accetta di riprendere un cammino interrotto nel tempo. In questo senso Francesco ha indubbiamente un certo riverbero in queste dinamiche di riavvicinamento alla Chiesa e alla fede cristiana”.

Come dovrebbe essere ripensata, nelle sue grandi linee, la pastorale della Chiesa per incoraggiare ulteriormente questi segnali di risveglio religioso?
“Credo che siano almeno tre gli impegni essenziali su cui convergere. Il primo è la carità, la partecipazione alle vicende umane, ponendosi dalla parte di chi soffre sul piano materiale e spirituale. Una Chiesa attenta e partecipe a quello che le persone vivono nella realtà quotidiana è una Chiesa che può far breccia nei cuori. Secondo impegno, aiutare le persone ad interpretare la vita in un modo più armonico e naturale. La Chiesa e la fede possono essere principio d’armonia, denunciando gli eccessi che il consumismo porta con se, proponendo nuovi modelli di sviluppo a misura d’uomo. Un terzo impegno è la promozione della spiritualità, cioè della dimensione ‘verticale’ della persona; non solo promozione umana sul piano del benessere terreno, ma anche apertura al trascendente, alla ricerca delle risposte alle questioni fondamentali dell’esistenza. Oggi c’è una forte domanda di spiritualità che però spesso resta inascoltata o affrontata con risposte ‘mediocri’ e non rispondenti ai reali bisogni della gente”.

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