“I poveri non danno voti ma sulle loro spalle qualcuno si arricchisce”

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Cardinale MontenegroDi Patrizio Caiffa
“Il Papa invita alla fraternità, a togliere le catene della schiavitù, in un mondo che ha bisogno, oggi più che mai, di riscoprire che è più necessario costruire ponti piuttosto che muri, pur nelle diversità. Oggi sembra invece che si vogliano mettere in evidenza solo le divisioni: basta il colore della pelle o un vestito per sentire l’altro diverso”. Così il neo cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni, presenta la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebra il prossimo 18 gennaio, sul tema proposto dal Messaggio del Papa “Chiesa senza frontiere madre di tutti”. Come declinarlo nell’attualità?
Nel Messaggio il Papa invita a rinunciare a qualcosa del nostro “acquisito benessere” per condividerlo con chi ha meno, come i migranti e i rifugiati. Ma in tempo di crisi il luogo comune è: “Loro vengono aiutati, noi no”.
“Dobbiamo stare attenti a dire queste cose perché negli ultimi scandali abbiamo scoperto che gli immigrati servono per far soldi. Non è vero che ci tolgono soldi, ma ci si arricchisce a loro discapito. E i poveri continuano ad essere strumenti nelle mani dei ricchi per farli arricchire ancora di più. Non ricordiamo mai che in passato noi abbiamo colonizzato e sfruttato quelle terre, per questo ora vengono a chiederci gli interessi. A noi fa comodo dire che sono terre povere, perché le regole le dettiamo noi. Deve finire la mentalità colonialista. I governi africani da chi sono sostenuti?”
Cosa risponde ai fedeli della diocesi che non accettano la presenza degli immigrati?
“Proprio l’altra sera, in una parrocchia, qualcuno diceva che devono andare via. Io ho detto: va bene, mandiamoli via, ma allora mandiamo via anche tutti i preti africani – e tante parrocchie rimarranno senza parroco -; mandiamo via tutte le religiose che vengono da altre nazioni che assistono gli anziani e ognuno se li riprende in casa propria. Mandiamo via i calciatori neri, i cantanti neri e non paghiamo più i biglietti per andare a vederli. Se siamo coerenti e facciamo tutto questo sono d’accordo. Ma io non posso cacciare chi arriva con i barconi e, al contrario, applaudire il calciatore africano. Purtroppo fa comodo creare guerre tra poveri. Però questo è il gioco di Erode, quella storia non si è ancora conclusa”.
Lampedusa – che non accoglie più sbarchi – è ora un po’ dimenticata?
“Lampedusa sta in pace perché questa povertà si sta spalmando altrove. Era una situazione insostenibile per una isoletta come Lampedusa, che non era in grado di supportare e sopportare la presenza di centinaia e migliaia di persone. La terra ferma garantisce un servizio migliore. Certo i problemi degli isolani rimangono. Non ci si rende conto che Lampedusa è un pezzo d’Italia e di Europa a cui non si guarda mai se non per gli immigrati. A Lampedusa ci sono problemi sanitari, se una persona si deve curare o deve far nascere un bambino deve andare a Palermo. Linosa ancora peggio: d’inverno non arriva la nave, e se uno si ammala come fa? Ma non sono anche loro cittadini italiani?”.
Con la fine dell’operazione “Mare nostrum” non si capisce più bene cosa stia succedendo nei nostri mari: si vogliono salvare vite umane oppure no?
“Questo è il punto interrogativo. Ci lamentiamo perché l’Italia salva le vite degli immigrati però ci riteniamo un Paese civile. Non so come si possa misurare la civiltà se quando un uomo sta morendo mi giro dall’altra parte. Se si dirà ‘morite perché noi dobbiamo difendere i confini’ sarà un problema per l’Europa. Se Frontex si rende conto che stare in mare significa anche salvare la gente bisognerà cominciare ad attrezzarsi con leggi più idonee, mentre questo problema è ancora trattato come emergenza. È difficile perché i poveri danno sempre fastidio, i poveri non danno voti. Purtroppo l’Europa è fondata sull’economia e non sull’uomo”.
Dopo l’appello del Papa le porte dei conventi vuoti si sono aperte ai migranti?
“Un movimento nelle Chiese c’è stato, perché ora gli immigrati sono sparsi su tutto il territorio, ci sono eventi, servizi. Attraverso Caritas e Migrantes c’è una Chiesa mobilitata. Oggi non c’è pezzettino d’Italia che non abbia profughi. Questo obbliga le Chiese locali a interrogarsi. Ci auguriamo che un po’ alla volta anche le famiglie religiose aprano le loro case. La barca è una e dobbiamo tutti remare”.
Per concludere: da poco Papa Francesco l’ha nominata cardinale. La porpora ad un vescovo senza episcopio e senza cattedrale, che è anche vescovo di Lampedusa, è sicuramente un gesto significativo. Come ha accolto questa notizia?
“È stata una notizia totalmente inaspettata. Per me come stile di vita non cambierà niente. Non lo dico per finta umiltà ma non mi sento di aver fatto un salto di carriera. Ho sempre vissuto il mio sacerdozio e il mio episcopato come servizio, quindi non cambia niente. Nel pomeriggio ho sentito il Papa al telefono e abbiamo parlato da fratello a fratello”.

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