L’alfabetizzazione digitale è già il presente della tv

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RaiDi Rino Farda
Le abitudini televisive degli italiani stanno per cambiare in modo radicale. L’interazione con il web e con i social network, l’utilizzo delle console dei videogiochi che sono connesse al web, la possibilità di una multivisione dei programmi anche su tablet o smartphone hanno messo in crisi non solo il tradizionale sistema di rilevamento degli indici di ascolto ma anche lo stesso approccio antropologico al fenomeno televisivo. Il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza, la televisione, si evolve e cambia sotto la spinta dei nuovi decision maker che hanno una età compresa fra i 30 e i 50 anni. Il pubblico della tv, però, continua inesorabilmente a invecchiare. Il vero digital divide è tutto qui.
La televisione, in questo frangente, gioca un ruolo ambiguo. Da una parte, infatti, è uno dei segnali più evidenti della contraddizione digitale di questi anni, dall’altra rimane lo strumento di comunicazione più usato dagli italiani, di ogni età. Risultano così più chiare le premesse che hanno mosso “Manzi 2.0”, una recente iniziativa della Rai per la “digitalizzazione” del paese. Oggi, dice la Rai, I‘Italia ha uno dei tassi di analfabetismo digitale più alti in Europa, pari a oltre un terzo della popolazione; l’obiettivo dell’Agenda Digitale Europea è di ridurlo nel 2020 al 15%. Nasce per questi motivi ‘Manzi 2.0’, un progetto di alfabetizzazione “che punta a ridurre il ‘digital divide’, un fenomeno che nella prospettiva di un‘emittente pubblica si traduce innanzitutto in un ‘cultural divide’”, ha spiegato Luigi Gubitosi durante una conferenza stampa con il ministro Marianna Madia. L’idea, hanno detto, è di sviluppare un “Piano di Comunicazione declinato sull’offerta Rai con una presenza che virtualmente potrà essere 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno”. Ripetendo quindi, dicono, l’esperienza effettuata negli anni ‘60 con la trasmissione di Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi”.
Gli esperti hanno espresso alcuni dubbi sull’iniziativa della Rai. Sembra più un elenco di buone intenzioni che un piano concreto di “alfabetizzazione”, dicono gli addetti ai lavori. La televisione, infatti, non si cambia con i “buoni propositi” ma con nuovi programmi e con modi intelligenti e inediti di utilizzare la tecnologia. La Rai, da questo punto di vista, rispetto agli altri competitor presenti sul mercato sembra più confusa che consapevole. Parla di “Manzi 2.0” però, nelle stesse ore, prepara l’edizione 2015 del Festival di Sanremo, un format tv che non è mai cambiato dai tempi di Nilla Pizzi o di Domenico Modugno. Basterebbe guardare il successo travolgente di una trasmissione come “X Factor” (Sky) per capire quanto siano profondamente cambiati invece i gusti del pubblico più giovane che segue la musica in tv.
C’è ancora da dire che un’attenzione esasperata al “nuovo linguaggio”, come se fosse un fine da raggiungere e non un semplice mezzo da utilizzare, rischia di far deragliare anche le migliori intenzioni. La nuova comunicazione digitale, infatti, è caratterizzata da un overload di informazioni fuori controllo. Soprattutto in televisione. Parolacce e cattivi maestri si rincorrono senza soluzione di continuità. Più che di un’alfabetizzazione digitale il nostro paese avrebbe bisogno quindi di una nuova alfabetizzazione etica. I buoni esempi non mancano. Basterebbe guardare al successo planetario del Pontificato di Papa Francesco. Televisione (in 3D e in HD), Internet (un sito completo e sempre aggiornato in tempo reale) e social (l’account twitter del Papa è uno dei più seguiti al mondo), sono strumenti che il Vaticano cavalca grazie ad una solida struttura etica del messaggio. Si tratta di un esempio da tenere in maggiore considerazione.
Le sfide tecnologiche che attendono la televisione non potranno essere affrontate pensando solo al linguaggio, soprattutto dal punto di vista della televisione di Stato che ha maggiori responsabilità rispetto ad altri broadcaster. “Content is the king” dicevano gli esperti della televisione mondiale, all’inizio della rivoluzione di Internet. Il contenuto è più importante del linguaggio, digitale o analogico che sia.

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