Il colore prima del blu – puntata 27

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
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Leggi i precedenti articoli: Il colore prima del blu

Il negozio di Filì è chiuso e dentro è buio. Si intravede a malapena la confusione degli oggetti d’antiquariato buttati qua e là. Busso energicamente sulla vetrata. Da dentro arriva una voce stridula che ci dice di aspettare. Anna mi guarda preoccupata. Le faccio cenno di stare tranquilla. Filì apre la porta e ci invita a entrare. Provo a dirgli che non occorre, ma lui insiste. Ci facciamo largo tra le cianfrusaglie.

‹‹Ti riconosco sai? Ti ho regalato un libro il giorno della festa, o no?››

‹‹Sì signore, sono io.››

Ridacchia Filì. Anna mi chiede sottovoce se Filì porta i capelli sempre così arruffati. Le faccio cenno di sì e trattengo una risata. Il locale si addolcisce del profumo di pipa che Filì tiene in mano.

‹‹Ah che dolore, ragazzi miei. L’umidità del mare mi si è appiccicata alle ossa e neanche il sole estivo la asciuga,›› ci dice zoppicando e tenendo la mano con la pipa dietro la schiena. ‹‹Questo paese è solo per gente con la scorza dura, o no? Infatti siamo rimasti in pochi ormai. Anche tu te ne andrai ragazzo mio, o no? Di questo posto resterà solo qualche cianfrusaglia che sono riuscito a raccattare qua e là. Lo so che in paese si parla male di me, ma non sono un ladro come dicono. La gente si libera di vecchie cose perché ciò che è vecchio ormai è diventato inutile, o no? Invece, ragazzi miei, io restituisco a questi oggetti una nuova vita. I segni del tempo restano, ma sono proprio quelli a renderli belli, o no?››

Anna mi guarda sorpresa perché in quelle parole ritrova la sua stessa filosofia.

Filì raccoglie un vecchio piatto di ceramica. ‹‹Quanta storia trattiene questo piatto! Io sono un archeologo! Me ne intendo di queste cose, o no?›› Filì si ferma davanti a una foto in bianco e nero appesa a una parete. Fa un tiro di pipa. ‹‹Rita si chiamava. L’ho lasciata per studiare archeologia. Sono stato per anni in Egitto a scavare intorno alle piramidi. Scavando ho realizzato i miei sogni. Tutti li ho realizzati, o no?›› Ci mostra una bacheca con attestati, certificati, premi. ‹‹Che cosa mi è rimasto? Niente! Ho sbagliato sogno! O no? Voi non fate come me! Voi scegliete il sogno che vi rende felici. Io ho scelto quello che mi rendeva ricco, e lo sono, sapete? Sono straricco io, ma non so che farmene dei soldi. Quando si è soli neanche i soldi servono. E poi, se ci pensate, il mare è lì lo stesso, per tutti. La pioggia pure, o no?››

Anna si asciuga una lacrima. Io vorrei andarmene il più presto possibile.

Filì continua a parlare: ‹‹Rita mi ha aspettato; per anni, dicono. Poi si è sposata. Un marinaio, dicono. Ma queste cose non contano più ormai. Conta che sono solo. La mattina è crudele quando sai che non c’è nulla da aspettare.›› Sospira, Filì. ‹‹Ora sono Filì il rigattiere come mi chiamano tutti. Ma va bene così perché, in fondo, siamo quello che facciamo, o no?››

‹‹Già!›› dico.

‹‹Dopo tanti anni in giro per il mondo, sono tornato qua perché dentro portiamo il sangue della nostra terra e non ci lascia andare per sempre, o no?››

Osservo Anna che sfiora con le dita gli oggetti. Ne prende qualcuno in mano, lo annusa, anche.

‹‹Ah, basta con i piagnistei,›› dice improvvisamente Filì. ‹‹Cosa vi serve ragazzi?››

Finalmente riesco a chiedergli del quadro, sempre con la scusa che Anna dipinge e che le è piaciuto.

Filì alza le spalle. ‹‹Sono passati alcuni anni ormai. Avete visto quanta roba c’è qui, o no? Come posso ricordarmi chi me la porta? Qui c’è gente che va rovistando per le case abbandonate in collina, mi porta quello che trova e si fa dare un po’ di quattrini per tirare avanti, o no?››

Annuisco.

‹‹Bisogna sapere cosa farsene del passato. Perché se il passato è inutile è meglio bruciarlo, o no? Ogni tanto, la mattina presto, mi trovate in spiaggia. Brucio tutto ciò che non serve.››

Filì ci spiega che il passato non si usa per fare soldi, ma per allontanare l’uomo dalla sua brutalità. Torniamo all’ingresso.

‹‹Posso farle una domanda?›› chiede Anna. ‹‹Le dice qualcosa una barca di nome Padre Candido?››

Filì si guarda indietro verso i suoi oggetti come se fossero tutto il suo sapere, poi scuote la testa e ci chiude la porta. Restiamo per alcuni istanti lì davanti, frastornati.

Ci guardiamo e dico: ‹‹Andiamo?››

Ma proprio mentre ci giriamo, la porta si riapre. Filì ci richiama. ‹‹Tornate! Tornate a trovarmi.››

Anna va incontro a Filì, gli prende una mano e dice: ‹‹Certo, torneremo presto.››

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