Lituania e Grecia sono lontanissime

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LituaniaDi Gianni Borsa
Per le strade di Vilnius c’è chi si dichiara entusiasta per l’ingresso, dal 1° gennaio, del proprio Paese nell’eurozona; duemila chilometri più a sud, ad Atene, molti cittadini attendono le elezioni politiche del 25 gennaio per votare la sinistra radicale di Syriza che, in caso di vittoria, annuncia una revisione dei rapporti con l’Ue e qualche suo dirigente invoca l’uscita dalla moneta unica.
Sono i paradossi della “diversità” europea: in Lituania, 19° Stato ad aver adottato la valuta comunitaria, l’euro rappresenta l’aggancio definitivo al libero mercato, alla riconquistata democrazia post-comunista, alla possibilità di fare affari con il resto del Vecchio continente; in Grecia l’euro rappresenta – a torto o a ragione – il cappio al collo di un popolo costretto ad affrontare indicibili sacrifici per rimettere in sesto un’economia sprofondata nella crisi e conti pubblici nazionali sull’orlo del fallimento.
Certamente i lituani, al di là degli entusiasmi dichiarati, sanno che il benessere economico e sociale non deriva solo dal tipo di moneta circolante. Allo stesso modo i greci dovrebbero rendersi conto che la recessione e l’instabilità del bilancio statale vanno ricondotti in primo luogo a responsabilità politiche interne e che semmai l’Europa a un certo punto ha teso la mano (con contributi superiori a 200 miliardi di euro) per evitare che la situazione degenerasse e il Paese sprofondasse nella guerra civile.
Chissà poi se Alexis Tsipras, popolarissimo e determinato leader di Syriza, riflette sul fatto che quando si parla con insistenza di “Grexit”, cioè della ventilata uscita della Grecia dall’euro, in molte capitali si esprime più un auspicio che un timore: sono purtroppo diversi i governi dei Paesi Ue che non se la sentono più di “pagare i conti” degli Stati indebitati… Così se fino a qualche tempo fa si riteneva impossibile – e si temeva – una defezione da Eurolandia, ora il quadro è cambiato: l’Ue e la Bce hanno rafforzato gli strumenti di vigilanza, di governance e di risposta a future instabilità finanziarie. L’Irlanda appare risanata, il Portogallo è sulla buona strada; permangono seri problemi relativi a Spagna, Francia e Italia, eppure si ritiene che l’uscita dalla recessione sia prossima e, con essa, il ritorno alla solidità dell’euro. Dunque – come confermano le ultime dichiarazioni da Berlino – se anche Atene dovesse prendere strade proprie…
In questo modo l’euro torna ad essere un termometro della politica e delle opinioni pubbliche europee. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, nei giorni scorsi ha dichiarato che l’adesione della Lituania all’eurozona “sigilla il ritorno di tutti gli Stati baltici al centro del sistema politico ed economico del nostro continente”. Il 1° gennaio ha a suo avviso segnato “una data simbolica non solo” per lo Stato baltico, “ma per tutta l’area dell’euro, che rimane stabile, attrattiva e aperta” a nuove adesioni. Dombrovskis (che forse pecca di eccessivo eurottimismo) ha aggiunto: “Sono convinto che la presenza dei Paesi baltici nell’eurozona rafforzerà l’economia di questa regione rendendola” più favorevole “per le imprese, gli attori commerciali e per gli investitori”.
Nelle stesse ore in Grecia la permanenza nell’eurozona, o quantomeno la rinegoziazione dei rapporti tra Atene e Bruxelles, è al centro della campagna elettorale.
Appare oltremodo interessante il ragionamento sviluppato proprio all’inizio di gennaio dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Per rafforzare l’eurozona è necessario “governare insieme”, ha affermato il capo dell’Eurotower da Francoforte, realizzando un’ulteriore cessione di sovranità in ambito economico e monetario verso le istituzioni Ue. Il capo della Bce ha ribadito un concetto espresso mille volte: esiste “un malinteso comune” secondo cui l’area dell’euro è una unione monetaria senza un’unione politica. “Questo riflette una profonda incomprensione di ciò che significa unione monetaria”, specifica Draghi. Essa è possibile “solo grazie alla sostanziale integrazione già raggiunta tra i Paesi dell’Unione europea”; e la condivisione di una moneta unica approfondisce tale integrazione. Draghi riconosce semmai che “la nostra unione monetaria è ancora incompleta”.
Il completamento dell’unione economica e monetaria richiede, per il presidente Bce, la creazione di “condizioni che rendano i Paesi più stabili e prosperi di quanto lo sarebbero se non fossero membri” dell’Uem. “Tutti i Paesi membri devono essere in grado di sfruttare i vantaggi comparativi all’interno del mercato unico, attrarre capitali e generare posti di lavoro. E hanno bisogno di avere sufficiente flessibilità per rispondere rapidamente a shock a breve termine”. Questo necessita – ed è il compito dei singoli governi – di “riforme strutturali che stimolino la concorrenza, riducano la burocrazia superflua e rendano i mercati del lavoro più flessibili”. In ultima analisi, la “convergenza economica tra i Paesi non può essere” un criterio sporadicamente perseguito, ma “una condizione stabile”. Quindi per completare l’unione economica e monetaria, in grado di generare sviluppo, lavoro e benessere sociale, “sarà necessario approfondire ulteriormente la nostra unione politica”, definendo “i propri diritti e doveri in un ordine istituzionale rinnovato”.

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