L'”effetto Francesco” anche tra le religioni

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Papa religioniZenit di Antonio Gaspari

Tre indizi sono una prova, e gli indizi sono molti di più di tre per affermare che gli appelli di papa Francesco per la pace, il dialogo tra le religioni e il progresso dei popoli, stanno esercitando una certa influenza tra i rappresentanti degli altri gruppi religiosi, in particolari tra ortodossi, ebrei e musulmani.

Basti pensare al sostegno che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto ai cristiani del Medio Oriente e non solo, ispirito alle parole del Papa. In un videomessaggio, il premier israeliano ha augurato buon Natale “ai cristiani di Israele e di tutto il mondo”, ricordando “l’eredità e i valori comuni” che uniscono ebrei e cristiani e che li contrappongono all'”estremismo” e all'”odio” che essi “mai accetteranno”. Ha invitato poi a sostenere i cristiani “meno fortunati” del Medio Oriente che “stanno sperimentando un momento difficile”, segnato da “violenze, persecuzione e paura”.

Sulla stessa scia, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha incontrato i dirigenti religiosi delle comunità cristiane che vivono sul suolo israeliano, ha denunciato le persecuzioni ed ha invitato i cristiani musulmani ed ebrei a lavorare insieme per la pace e lo sviluppo. Rivlin ha ricordato anche che “a causa della loro fede centinaia di migliaia di persone sono esiliate, convertite a forza, attaccate e brutalmente uccise” e ha epsresso l’auspicio che “noi cristiani, musulmani ed ebrei, figli d’Abramo, insieme con tutti coloro che professano fedi differenti, possiamo vedere il compimento della visione del profeta Isaia, secondo cui un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, e non ci sarà più la guerra”. “Che il 2015 possa essere un anno di amicizia e collaborazione. Che sia un anno di comprensione e rispetto reciproci”, è stato infine l’augurio di Rivlin.

In aiuto ai cristiani perseguitati in Iraq è intervenuto anche l’Iran: il parlamentare cristiano Yonatan Betkolia, rappresentante delle comunità assire e caldee al parlamento della Repubblica Islamica dell’Iran, ha confermato che diversi camion con targa iraniana, carichi di aiuti umanitari, sono fermi al confine tra Iran e Iraq, in attesa di ottenere il permesso d’ingresso per raggiungere le comunità cristiane vittime della pulizia etnico-religiosa da parte dei jihadisti dello Stato islamico.

Prima di Natale l’arcivescovo Maroun Lahham, vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato di Gerusalemme dei Latin,i ha raccontato all’agenzia Fides di aver ricevuto l’ambasciatore iraniano in Giordania Mojtaba Ferdowsjpour, il quale aveva espresso a tutti i cristiani le proprie felicitazioni in occasione delle festività natalizie e ribadito l’impegno della Repubblica islamica dell’Iran ad assistere i cristiani in difficoltà nel vicino Iraq.

“L’Iran ha assunto in Medio Oriente un ruolo cruciale – ha precisato l’arcivescovo Lahham -. È in contatto permanente con la Santa Sede, con la quale condivide dialoghi molto importanti. Speriamo che il contributo dell’Iran abbia effetti positivi nella ricerca di soluzioni alle crisi che tormentano le popolazioni dell’Iraq e della Siria”.

Un appello per sradicare il fanatismo rimpiazzandolo con una “visione più illuminata del mondo” è stato lanciato poi dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, nel corso del suo intervento all’apertura dell’anno accademico dell’Università al-Azhar, maggiore centro teologico dell’islam sunnita.

Rivolgendosi agli studiosi e ai leader religiosi dell’Università al-Azhar, il Capo di Stato egiziano ha sottolineato che il mondo islamico non può più essere percepito come “fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione” per il resto dell’umanità. Per questo le guide religiose devono impegnarsi a respingere il “pensiero erroneo” che sta conducendo l’intera comunità islamica “a inimicarsi il mondo intero”.

Nonostante la propaganda dell’orrore diffusa dagli estremisti, cominciano poi a emergere resistenze e ribellioni all’interno del cosiddetto Califfato. Il New York Times ha riportato la storia di Usaid Barbo, siriano quattordicenne, destinato a farsi esplodere in una moschea sciita di Baghdad, e che invece si è consegnato alla polizia irachena dicendo: “Non voglio farmi saltare in aria”. Reclutato in una moschea di Manjbi, vicino ad Aleppo, il giovane si era offerto come kamikaze per avere la possibilità di fuggire dalla dittatura del califfato.

Come dimenticare poi l’eroica resistenza delle 150 donne, alcune delle quali incinte, che si sono rifiutate di sposare fondamentalisti. I terroristi del Califfato hanno ucciso tutte le donne che si sono opposte a sposarli. Secondo le informazioni fornite dal ministero per i Diritti umani di Baghdad, la maggior parte delle donne massacrate sarebbero di etnia yazida.

Infine, a pochi giorni dal viaggio apostolico di papa Francesco nello Sri Lanka e nelle Filippine, il capo del Consiglio filippino degli Imam, Ebra M. Moxsir al-Haj, in un programma tv ha esortato i musulmani a seguire i consigli di pace del Papa, esprimendo pieno sostegno al pontificato di Francesco, soprattutto ai suoi sforzi per la pace e il dialogo interreligioso.

“Gli appelli di Papa Francesco per la pace e il bene dell’umanità devono essere ascoltati e sostenuti da tutti gli esseri umani, senza distinzione di religione o di credo”, ha dichiarato, aggiungendo: “Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, invito i miei fratelli e musulmani ad ascoltare e comprendere le parole di Papa”.

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