Nella vita si può ricominciare? Sempre!

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personeZenit di Maria Cristina Corvo

In quest’ultimo mese mi è successo tre volte. In luoghi diversi, su persone diverse e con critiche diverse, ma ciò che era uguale era la malignità. La prima volta mi sono arrabbiata ed alla persona che mi chiedeva un consiglio sulla presunta inaffidabilità professionale di una bravissima ragazza (riferitagli da terze persone), ho risposto senza mezzi termini: “Ma come si permettono di giudicarla da un suo fatto, vecchio di almeno dieci anni?”.

La seconda volta ho stoppato tutto prima che l’interlocutrice arrivasse al dunque; perché già innervosita dalla sua introduzione fatta col tono di chi la sa lunga: “Io comunque, sulla tal dei tali ho saputo che…”. Probabilmente il suo era un tentativo (fatto in buona fede) di salvarmi dalla mia ingenuità. La terza volta… beh, lasciamo stare.

Ma tutti e tre gli episodi non mi sono passati sulla testa. Non mi sono scivolati addosso. Non li ho superati. Ci ho riflettuto e pensato tanto. In fondo a chi non capita di fare una critica sottovoce? Perché allora me la sono presa tanto? E chi non ha mai fatto un pettegolezzo? Suvvia. Le ho provate tutte per sminuire la faccenda. Ma non ci sono riuscita. Alla fine, dopo tanto analizzare, ho dedotto che sono due le cose che rendono brutta, maligna, cattiva ed odiosa una critica.

Primo. La critica è odiosa quando si basa su fatti del passato per giudicare il presente. Per fortuna Dio non fa così altrimenti eravamo tutti fregati e senza possibilità di assoluzione alcuna. Ma come è possibile che rammentiamo così bene il passato (in genere sempre quello degli altri!) dimenticandoci che la nostra meta è nel futuro? Chi ci dà il diritto di tarpare le ali alle persone, obbligandole a stare per il resto della loro vita prigioniere del bozzolo? Come può essere che tralasciamo grossolanamente che ogni errore può essere sacro e può diventare proprio la nostra forza? E perché, nonostante la consapevolezza che ogni giorno è a nostra disposizione per farci crescere ancora un po’, siamo così cattivi da mettere la parola “stop” al progresso dei compagni di viaggio che ci sono intorno?

Secondo. La critica è maligna quando nasconde la propria cattiveria con intenti buoni. Questo è proprio il massimo della malignità, perché mascherata da intenti buoni. A tal proposito, ecco un episodio attribuito a Gesù: “Disse Gesù ai suoi discepoli: ‘Che cosa fate quando vi accorgete che il vento ha denudato un vostro fratello che dorme?’. Risposero: ‘Lo copriamo e vegliamo la sua nudità’. Ma Gesù disse: ‘No, al contrario ne mettete bene in vista la sua nudità’. Risposero: ‘Dio benedetto, chi agisce così?’. Gesù rispose: ‘Quando uno di voi ascolta una maldicenza contro un fratello, non solo l’aumenta, ma aggiunge un’altra maldicenza ancora più grave’”.

Chi critica una persona mascherando la propria malignità con buone intenzioni, in genere è una persona che con facilità ha sulla sua bocca la parola “correttezza”. È per correttezza che si informa il datore di lavoro degli sbagli di un collega (ovviamente dimenticandosi di dirlo al collega stesso!). È per correttezza che si avverte il parroco che quella persona non può fare la catechista (ovviamente scordandosi di correggere anche la sorella nella fede). È per correttezza che si riprende in malo modo uno studente per i suoi errori (ovviamente omettendo di fare anche belle sottolineature blu, dopo aver evidenziato con il rosso solo gli errori).

I criticoni cattivi e maligni si dimenticano sempre di un particolare: la maggior parte di noi intuisce se dietro un giudizio c’è il sincero desiderio di migliorare qualcosa o qualcuno, o se c’è una malcelata voglia di vendetta o una subdola ambizione per voler primeggiare. Lo capiamo. Non sappiamo bene come… ma non ci sfugge il male (che continua a fare le pentole dimenticandosi di metterci anche i coperchi).

Credo che in questo campo abbiamo molto da imparare dai ragazzi. A scuola, in questo periodo, sto facendo delle lezioni con un bravissimo pedagogista. Lo scopo iniziale era parlare dei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento), poi si è arrivati a parlare della motivazione allo studio ed infine siamo giunti ad “ascoltare” riflessioni e sfoghi dei ragazzi sulle modalità educative degli adulti.

Ciò che ho dedotto è che i ragazzi: Non è vero che non apprezzano le regole; Non è vero che sono superficiali. Non è vero che non sono in grado di solidarizzare con i compagni con DSA. Non è vero che non sono curiosi. Non è vero che bisogna abbassare gli obiettivi per ottenere qualcosa da loro.

Alla fine ho capito che, nel rapporto educativo, c’è un problema di fondo. È una cosa che i ragazzi non amano. Anzi: lo detestano profondamente! È il giudizio nei loro confronti, fatto senza amore. È dire: “Ti apprezzerò quando tu…”. L’amore dato gratis, si sente! Così come si “sente” la malignità, allo stesso tempo noi “sentiamo” la fiducia e la stima. L’amore verso i ragazzi dice: Tu puoi diventare te stesso. Io ti sarò vicino comunque. Io ci tengo a te. Io ho fiducia in teIo darei la vita per te.

Ho tratto spunto da quanto afferma il prof. Nembrini in un’intervista molto ben fatta uscita su ZENIT due giorni fa, per il titolo di questo mio articolo. Educare è mostrare ai ragazzi la vita che ancora non hanno visto. Le critiche cattive tolgono loro questa possibilità. L’educatore dice: “Guarda là” e indica un frammento, apre uno squarcio e il desiderio di imparare si rafforza. Il maligno dice: “Vergognati!” e indica l’errore, chiude una possibilità e la voglia di nascondersi si fa avanti. L’educazione non avrà mai “fine” finché qualcuno mostrerà ciò che sta più in là.

Il giudizio arrogante metterà la parola “fine” al cammino per realizzare se stessi. Alla fine il più grande pedagogista è proprio Dio e le sue regole sono per sempre valide: “Ama”, “Non giudicare” “Sii paziente”, “Spera”, “Guarda il Cielo”, “Ogni giorno, alzati e ricomincia!”.

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