Manif pour Tous: bilancio e prospettive

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famigliaZenit

Tugdual Derville, le nuove mobilitazioni popolari di piazza promosse con successo dalla galassia della Manif pour tous contro l’imposizione a scuola dell’ideologia del gender, contro possibili norme legislative per ‘liberalizzare’ l ‘”utero in affitto” e la procreazione medicalmente assistita sono riuscite a incidere sui comportamenti della maggioranza parlamentare e dell’esecutivo nazionale?
Come l’antico Faraone, davanti a Mosè e ad Aronne che gli chiedevano di liberare il popolo ebraico, i responsabili politici di maggioranza e di opposizione nella loro larga maggioranza sono restati sbalorditi: non hanno capito un granché del nostro movimento… Sono troppo abituati a rapporti di forza conflittuali per motivi di interesse spicciolo. Il potere attuale, dapprima esterrefatto, si è progressivamente sempre più spaventato per aver generato una tale resistenza, che ha danneggiato gravemente la sua reputazione nell’opinione pubblica. Come il potere può essere in grado di spiegare di aver speso un sacco di energie politiche per soddisfare la piccola nicchia elettorale interessata al mariage pour tous in tempi in cui sono i gravi problemi economici e sociali ad essere prioritari per i Francesi?

Non a caso la popolarità del presidente Hollande ha toccato minimi storici, addirittura poco più del 10%…
Il calo di popolarità del Presidente della Repubblica è largamente legato alla crescita del nostro movimento. Il Primo ministro Manuel Valls sembra averlo compreso: a più riprese – dopo averlo represso e tacciato di estremismo – ha cercato di spegnere, allettandolo con contentini, il nostro movimento. Dapprima indietreggiando sulla nuova legge riguardante la famiglia dopo la manifestazione del 2 febbraio 2014, poi facendo lo stesso sull’ “utero in affitto” (GPA) alla vigilia della manifestazione del 5 ottobre 2014. Si può ben dire che quelle di Valls siano state quasi delle reazioni di panico..

Sicuramente delle mosse tattiche…
Anche se non fossero state che dei ripiegamenti di natura tattica, hanno confermato che il nostro movimento – che è di carattere non violento – è nel giusto. E’ noto tra l’altro che oggi il Governo, scottato dalla vasta galassia della Manif pour tous, vuole evitare un nuovo grande movimento sociale contro l’eutanasia: è dal Vaticano che Manuel Valls ha addirittura promesso, su questo argomento, una legge che in Parlamento raccolga i più ampi consensi. E il progetto di legge che si sta abbozzando tenta di ingannare, non impiegando “i termini che suscitano ira” (come eutanasia e suicidio assistito).

Lei pensa che l’opposizione parlamentare di centro-destra riesca stavolta ad essere più incisiva?
Per quanto riguarda l’opposizione, la metterei in guardia dall’ingenuità caratteristica di alcuni dei nostri amici: la maggior parte dei leadersche hanno manifestato con noi l’hanno fatto perché considerano di loro interesse scendere in piazza a fianco delle folle più massicce degli ultimi vent’anni francesi. E’ però anche vero che alcuni parlamentari hanno agito spinti dalla loro coscienza (e con costanza): ciò è emerso durante il dibattito legislativo propriamente detto. Penso soprattutto che – come dopo il maggio 68 – sono nate alcune belle vocazioni politiche che fioriranno a tempo debito. Chiedo che si abbia una certa pazienza: non si può sognare un raccolto troppo rapido. Dobbiamo lavorare… Il cambiamento politico deve passare per un cambiamento culturale e quest’ultimo può prendere del tempo.

Lei l’anno scorso è stato co-iniziatore anche del “Courant pour une écologie humaine”. Che significa questa espressione: “ecologia umana”?
Quando il 13 gennaio 2013, davanti alla Tour Eiffel, ho illustrato alla folla la nascita di un grande movimento di ecologia umana, ho fatto un parallelo con l’emergenza dell’ecologia ambientale. Quest’ultima è nata quando dei visionari ci hanno avvertito: l’umanità, con la sua potenza distruttiva, non sta segando il ramo su cui è seduta? Non dobbiamo forse cambiare i nostri modi di vita per lasciare alle generazioni future un pianeta abitabile? Stavolta, con gli straordinari progressi biotecnologici e le rivendicazioni prometeiche in materia di procreazione, non stiamo in procinto di snaturare l’identità stessa dell’umanità? Non dobbiamo forse canalizzare i nostri desideri e regolamentare la nostra tecnica perché l’umanità futura possa beneficiare a sua volta delle caratteristiche antropologiche ereditate dai nostri avi?

Dicendo questo, a che cosa pensa?
Penso ai tre limiti della condizione umana: un corpo sessuato, il tempo contato, la morte ineludibile. Ho in testa il fantasma dell’uomo ‘evoluto’ che non cessa di alimentare la lobby della ‘trans-umanità”… La logica potentissima della Legge Taubira – molti non ne sono ancora ben coscienti – ci porta verso la commercializzazione della procreazione, verso la riduzione a cosa dell’embrione e verso l’utero artificiale. Destrutturando la famiglia – ecosistema di base di ogni essere umano – si accelera l’atomizzazione della società. C’è un qualcosa di totalitario nella negazione della famiglia come origine di ogni potere legittimo. Infatti un uomo sradicato non è libero.

Che cosa si propone di fare l’ecologia umana?
In risposta a tale situazione l’ecologia umana pone l’uomo al cuore della creazione: una persona con il suo corpo, la sua psiche, la sua spiritualità, nel suo ecosistema familiare, sociale, culturale, in un pianeta abitabile… si deve proteggere l’uomo, non agire contro o senza di lui. Il nostro gruppo è stato fondato poiché noi tre co-iniziatori ci siamo ritrovati a fare le stesse constatazioni nei rispettivi settori d’attività: l’economista Pierre-Yves Gomez ci ha saputo spiegare che la finanziarizzazione dell’economia trattava l’uomo come un oggetto, una “variabile congiunturale” e che bisognava promuovere un’organizzazione economica “all’altezza della persona umana”; Gilles Hériard Dubreuil, specialista di ricostruzioni e di crisi ambientali, ci ha mostrato che la deriva attuale conduceva a una sensazione di impotenza e di deresponsabilizzazione dell’uomo, schiacciato da norme disuminzzanti: bisogna dunque ricostruire insieme in base a ciò che ci unisce, riappropriarci del nostro destino… Agricoltori, architetti, artisti, ecc… tutti coloro che si sono uniti a noi per costruire questo “Courant pour une écologie humaine” condividono lo stesso sentimento: sta a noi costruire una società che lega piuttosto che dividere, fondata sulla fiducia, le relazioni di interdipendenza, il radicamento nella storia. Non ci si può attendere tutto dai politici. In ottocento hanno partecipato al nostro primo incontro all’inizio di dicembre 2014, posto sotto il motto: La révolution de la bienveillance: changer le monde par nos initiatives.

Su quali punti precisi e ineliminabili si deve fondare una società che si caratterizzi per la sua umanità?
Noi dobbiamo scegliere subito il tipo di antropologia su cui basare la nostra cultura. Da una parte c’è quella che fa riferimento all’uomo “come lupo all’uomo”: è una cultura del rapporto di forza e dello scontro di classe con – ormai ciascuno lo sa – una prospettiva totalitaria di eliminazione dei dissenzienti. Dall’altra, al contrario, c’è quella che riferimento all’uomo “che è fatto per donarsi all’uomo”. Affermare questo è una scelta, una constatazione lucida, un progetto ambizioso. Su tali basi il “Courant pour une écologie humaine” si è fondato su tre criteri: la benevolenza – ognuno si sente chiamato a “vegliare al bene” là dove vive e lavora; ciò che è comune – ognuno si sente chiamato a co-costruire la vita in società; la vulnerabilità – nessuno è a sé, siamo tutti interdipendenti e anche i nostri limiti sono dei valori preziosi che spingono alla solidarietà. Questi principi antropologici, concretizzati nell’azione quotidiana, pongono evidentemente le persone “più povere” al centro della società, in ragione della loro intrinseca dignità, di cui ognuno può fare esperienza: esse apportano uno stupore che è luce di consolazione per tutti noi.

Lei pensa che tra i giovani questo messaggio possa trovare un ampio consenso? Qual è la Sua esperienza in materia?
Se mi riferisco a “A bras ouverts”, l’associazione che ho fondato e che in 28 anni ha visto più di 20mila giovani che l’hanno accompagnata, ho potuto misurare quanto l’amicizia con persone disabili è stata fonte di maturità e –oso dire – di felicità. Il nostro movimento sociale non è sbocciato per caso: penso che il risveglio di cuori e anime l’abbia preceduto. Il terreno insomma era già ben radicato nell’esperienza dell’ecologia umana per ragioni spirituali e non solo. I giovani e i meno giovani che hanno manifestato in massa per le strade di Francia avevano, in molti casi, già una bella esperienza di impegno associativo presso i senzatetto, i disabili, i giovani dei quartieri ‘difficili’… anche tra gli scout, scuola di servizio e di aiuto reciproco. Tutto questo il potere dominante non l’ha visto. Con disprezzo ha immaginato una massa di ideologicizzati sconnessi dalla realtà. Invece tutto è accaduto come se un mondo sotterraneo, ripiegato sulla propria identità, avesse preso coscienza della sua forza, della sua capacità di cambiare il mondo. Ed anche della vacuità dell’ideologia libertaria. Le dimostrazioni di piazza hanno portato in misura rilevante la coscienza spirituale e umanitaria a divenire coscienza politica.

Però in genere i giovani ‘impegnati’ sono caratterizzati sì da entusiasmo, ma anche da impazienza…
E’ questo il solo rischio che ho riscontrato tra loro. Amare il bene comune, esserne coscienti non basta. Bisogna lavorare ed entrare nella prospettiva del ‘lungo termine’. Una volta che la cappa di piombo che soffoca la coscienza è stata tolta, il popolo si ritrova nel deserto e vuole raggiungere la Terra promessa. Ma deve camminare più di quanto non preveda. Quando la legge Taubira è stata votata nell’aprile 2013, con il “matrimonio per tutti” e l’adozione (una legge ingiusta, ma non del tutto corrispondente alle speranze dei promotori, che avrebbero voluto legalizzare da subito anche le tecniche di procreazione artificiale per le persone omosessuali), troppi giovani hanno creduto che il voto fosse semplicemente una sconfitta. Sono entrati così nello stato d’animo tipico del lutto: rifiuto, collera, depressione… senza capire che il nostro cammino di liberazione e di ricostruzione continuava.

Bisogna essere chiari, riferirsi alla realtà: il nostro movimento si situa nel cuore di una lotta culturale e ha in sé le premesse di un successo che arriverà con il tempo. Alcuni hanno creduto che la nostra vittoria culturale (attestata dagli osservatori più seri) si potesse tradurre presto in una vittoria politica. Da parte mia ho sempre detto che questo straordinario movimento sociale, che era germinato “nessuno sa come”, doveva consolidarsi e inseminarsi dappertutto piuttosto che immaginare di incassare una vittoria politica. Si deve dunque avere pazienza…

Si può dunque dire che la “Manif pour tous” sia stata e sia la parte più evidente e iniziale di un grande movimento sociale, una grande riscoperta da parte dell’uomo dei valori dell’antropologia umana che alcuni poteri costituiti vorrebbero sovvertire e imporre ai popoli per ragioni ideologiche e interessi commerciali? Lei pensa che l’esperienza fatta e in corso possa varcare i confini francesi e si possa estendere a tutto l’Occidente? Quali riscontri in tal senso avete avuto fin qui ?

Penso che abbiamo partecipato a uno slancio al di là della politica che coglie la sfida cruciale del nostro secolo: che cos’è l’uomo? Che riferimenti antropologici dobbiamo lasciare a chi ci seguirà?
Viaggiando al di fuori della Francia, ho misurato la sorpresa derivata dal successo del nostro movimento… I nostri amici d’Italia, del Québec, del Belgio ci hanno chiesto la nostra ricetta. Come Le ho detto, la dinamica storica – alcuni la definiscono provvidenziale – che ha condotto a questo movimento ci conduce a vedere le cose diversamente. Perché la Francia? E per che cosa? Penso che la Francia sia un Paese particolarmente provato e la sua anima storica abbia reagito a un’aggressione ‘di troppo’, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La Francia è il Paese della persona, dove la dignità intrinseca di ogni essere umano è riconosciuta dalla legge, dove le tecniche di commercializzazione della procreazione e del corpo sono rifiutate da ogni sensibilità politica (lo si constata a proposito di ‘utero in affitto’). La Francia è un Paese di culture (agricoltura, patrimonio, letteratura) che si irradiano. E’ anche un Paese che aspira all’universalità. Sebbene si possa essere comprensibilmente disturbati dall’arroganza dei francesi, credo che essa certifichi anche una generosità. Ad esempio nel 1900 i due terzi dei missionari cattolici nel mondo erano francesi. Così come il nostro movimento sociale è nato in Francia da un grande desiderio, molto profondo. Così come la Francia desta grandi attese negli altri Paesi. A ognuno di prendere il testimone, che siano le ‘Sentinelle’ in Italia o le manifestazioni di Taiwan. Abbiamo anche constatato un risvegliarsi del Belgio su un altro argomento che riguarda la società… Ognuno potrà trovare le condizioni per ricostruire, non in una imitazione di ciò che è accaduto in Francia, ma in una emulazione, in forza di una propria radice culturale. Spero proprio, per concludere, che il risveglio francese riesca a incoraggiare ogni Paese a cercare nella propria storia e alle sorgenti dell’antropologia universale gli argomenti per contestare la tirannia libertaria ed economica così da valorizzare quelle norme miranti a far sì che ogni persona umana sia considerata un tesoro senza prezzo.

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