“Famiglie più ricche ma la paralisi fa male a giovani e anziani”

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De RitaDi Luigi Crimella

L’anno che si sta chiudendo è stato segnato da una crescente preoccupazione sul lavoro che scompare, sui giovani costretti a “emigrare” oppure a vegetare senza far nulla, sulle fabbriche che chiudono. Che tipo di società ci aspetta? Risponde il sociologo Giuseppe De Rita, presidente della Fondazione Censis.

Nel 2014 abbiamo preso coscienza che il nostro Paese è in grave difficoltà, soprattutto occupazionale. I giovani italiani sono l’anello debole della società?
“Certo, sono un anello debole, ma non sono i soli e non è neppure colpa loro. Le famiglie sono più ‘liquide’ di 5 anni fa, in un certo senso si sono ‘arricchite’, però non ci sono aspettative positive. Una volta speravano nella casa nuova, nell’auto. Oggi invece non si muove nulla, perché si limitano a tutelarsi per il domani e a sostenere i figli. Fuori dalla famiglia non c’è dinamica e le stesse imprese, che di soldi ne hanno più di prima, non investono perché non vedono opportunità. Il sistema così è imballato. Ma se poco o nulla si muove pagano tutti, giovani e anziani”.

Dal 2007 ad oggi gli occupati ufficiali sono passati da 23,3 milioni a 22,3, abbiamo perso 1 milione di posti di lavoro. I disoccupati nel frattempo sono saliti da 1,5 a 3,4 milioni. Che fare di fronte a queste cifre sconfortanti?
“Lo sconforto in sé non è commentabile. Invece dobbiamo dire, più realisticamente, che il sistema ha reagito a questa disoccupazione con un aumento enorme del ‘nero’, del ‘sommerso’, dei redditi anche loro ‘sommersi’. Lo provano la crescita dei risparmi che, se il lavoro ufficiale diminuisce, per forza devono venire dal sommerso. La tragedia è che una volta, quando scoprimmo questo fenomeno, esso rappresentava una fase di passaggio verso l’emersione. Oggi invece appare più triste, come un lavoro di arrangiamento. La famiglia in sé ha più soldi, potrebbe garantire un reddito ulteriore, ma i giovani tendono al lavoro sommerso in attesa di tempi migliori”.

Il Jobs Act con l’eliminazione dell’art. 18 per i nuovi assunti e il contratto a tutele crescenti può essere un punto di svolta?

“Il Governo ha deciso un provvedimento che ha una strada obbligata: trasformare la fungaia dei contratti atipici in contratti a tempo indeterminato. Così facendo farà una bellissima figura, avrà qualche centinaio di migliaia di contratti in più rottamando una selva di forme contrattuali atipiche e in più garantendo alle aziende un po’ di soldi, senza porre problemi in caso di licenziamento perché per i primi 3 anni si dovrà corrispondere una mensilità e mezza per anno. Si favorisce una pulizia del sistema e maggiore elasticità”.

Ma con pochi posti di lavoro disponibili, siamo forse giunti alla “concorrenza” tra genitori e figli?
“Concorrenti, forse; sicuramente non conflittuali. Questo momento non favorisce il conflitto, non lo crea né lo mette in atto. Il conflitto, oggi, è quasi ‘mediatico’: contro la casta, contro i ladri, i potenti, i corrotti. Ma non può diventare collettivo, che porta alla piazza. Semmai crea rancore, gossip negativo, scandalo, nervosismo diffuso. Dobbiamo tenere fermo un concetto: la società è più stabile di quello che sembra. Il vero problema dei conflitti è nell’aumento delle diseguaglianze tra gruppi, classi, categorie”.

Tornando al Jobs Act, non si rischia di creare una ulteriore categoria di privilegiati, i protetti dall’art. 18 per i prossimi 20-30 anni rispetto a tutti gli altri esposti ai licenziamenti?
“La società italiana è piena di diseguaglianze e d’ingiustizie storiche: basta pensare alle pensioni-baby con i 19 anni 6 mesi e 1 giorno di lavoro; o al sistema pensionistico retributivo rispetto a quello contributivo. Nel lavoro resta l’art 18 per i vecchi assunti, ma tutti tendono agli indennizzi. Le vere diseguaglianze storiche abissali, semmai, le troviamo e le avremo ancora a lungo sulle pensioni concesse negli ultimi decenni”.

In conclusione, non dobbiamo aspettarci che scocchino scintille tra anziani e giovani?
“Direi di no. I meccanismi generazionali si vanno invece ‘incarognendo’ dentro le famiglie per altri motivi, non legati al lavoro, ai soldi, ma alle dinamiche della psicologia profonda. Sono venuti a galla in questi ultimi anni l’ondata dei problemi e delle scelte partite negli anni ‘70 e ‘80, sulle libertà individuali, del tipo ‘il corpo è mio e lo gestisco io’. Questa soggettività a oltranza ha portato e sta ancora comportando attriti generazionali profondi, ma che sono così appunto ‘profondi’ che restano confinati nella malattia psichica piuttosto che emergere chiaramente come fattori sociali organizzati”.

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