Le sanzioni agli Stati? Strumento da rivisitare

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muroStefano Costalli

Giovedì scorso Barack Obama e Raul Castro hanno annunciato la normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Cuba, con uno storico doppio messaggio televisivo in cui entrambi ringraziavano Papa Francesco per la sua opera di mediazione. Ciò significa che in prospettiva Washington porrà fine al più famoso e antico sistema di sanzioni economiche esistente nel sistema internazionale, quell’embargo deciso oltre cinquant’anni fa e considerato ormai da Obama inutile e anacronistico. Allo stesso tempo, si stanno facendo i calcoli di quanto sia costato alle aziende italiane il blocco alle importazioni alimentari imposto dalla Russia come risposta alle sanzioni economiche decise dall’Unione europea nei confronti di Mosca e quale effetto queste abbiano sulla situazione in Ucraina. In effetti, l’imposizione di sanzioni economiche è un approccio molto usato nella gestione delle crisi internazionali, basti pensare a quelle tuttora attive nei confronti della Siria, dell’Iran e della Corea del Nord. Ben più difficile è valutarne invece l’efficacia, e dunque l’utilità rispetto agli obiettivi che ci si prefiggono.
Coloro che criticano questo tipo di strumenti sostengono che essi siano più dannosi per la popolazione che per i leader politici e sostanzialmente inutili al fine di raggiungere risultati apprezzabili sul piano della politica internazionale. La prima critica è stata senz’altro vera in molti casi passati, a cominciare dalle famose sanzioni contro l’Iraq di Saddam Hussein. Se gli strumenti non sono ben mirati e calibrati per colpire solo determinate persone e settori, i vertici dei regimi che si vorrebbero sanzionare sono spesso gli ultimi a soffrirne le conseguenze, mentre le popolazioni sono spinte a vedere le potenze esterne come nemici invece che come alleati contro il regime. Oggi, tuttavia, le sanzioni sono sempre più sofisticate e l’Unione europea riesce solitamente a evitare i rischi maggiori messi in luce da questo tipo di critiche. Resta invece di grande attualità il secondo punto, ossia l’utilità delle sanzioni.
Rispetto a questo, si può dire senza timore che è inutile attendersi cambiamenti fondamentali nella politica di uno Stato a seguito delle sanzioni economiche, né tantomeno è realistico attendersi cambiamenti di regime. Al massimo, le sanzioni possono limitare la libertà d’azione del Paese colpito, rendergli più difficile portare avanti determinate politiche, indebolirlo e dunque renderlo, forse, più conciliante nel lungo periodo. Tuttavia, a breve e medio termine, lo Stato sanzionato può anche irrigidirsi e le conseguenze delle sanzioni possono dunque rivelarsi benissimo di segno opposto rispetto a quello auspicato. La verità è che le sanzioni economiche possono essere uno strumento utile se ad esse aderiscono tutti gli Stati del sistema internazionale, così da non lasciare canali privilegiati al Paese colpito, e se sono usate nell’ambito di una strategia diplomatica più ampia e diversificata.
Se usate da sole, difficilmente le sanzioni economiche si rivelano risolutive, ma è giusto chiedersi sempre se senza di esse la situazione sarebbe migliorata o peggiorata. Spesso, come nel caso dell’Ucraina, la decisione di imporre sanzioni economiche rivela innanzitutto la mancanza di chiarezza, determinazione e capacità politica da parte europea. Per non dare l’idea di non fare niente, si fa almeno qualcosa. In altri casi, non restano invece altre strade realistiche da percorrere e dunque le sanzioni rappresentano l’unica alternativa all’inazione. In questi casi, ben vengano le sanzioni, le cui conseguenze devono però essere seguite da vicino, per poter sfruttare margini di manovra anche esigui che potrebbero aprirsi strada facendo.

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